di Alberto Baldazzi
Entro il prossimo 30 giugno l’Italia dovrà rendicontare a Bruxelles gli effettivi investimenti realizzati grazie ai fondi del PNRR. Per il settore salute – la Missione 6 del piano -, il finanziamento è stato di circa 15 miliardi, da investire per il potenziamento della medicina di territorio e la digitalizzazione. Ma questi fondi sono stati spesi integralmente, e per le finalità segnalate nel piano? In caso di uno scostamento, o anche di investimenti non ancora ultimati, “teoricamente” il Governo dovrebbe restituire quota parte del fondo.
Ma oltre alla questione della restituzione (soldi persi, insomma), si deve valutare cosa si è fatto veramente, e in particolare, come e quanto è stata potenziata la medicina di territorio e in che misura è stato avanzato il processo di digitalizzazione della macchina della sanità. I dati forniti da AGENAS, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, aggiornati al 31 dicembre 2025, sono assai scoraggianti. E’ vero che nel rush finale qualcosa si potrà recuperare, ma dopo 4 anni di attività ci si poteva e doveva attendere “numeri” diversi. E’ questa l’analisi preoccupata e preoccupante della Fondazione Gimbe che, a 90 giorni dal fatidico 30 giugno, ha offerto un quadro completo della situazione.
Andando con ordine, la riorganizzazione dell’assistenza territoriale definita dal DM 77 prevedeva originariamente la realizzazione di 1.715 Case della Comunità (CdC), 657 Centrali Operative Territoriali (COT) e 594 Ospedali di Comunità (OdC). Di queste strutture, le risorse del PNRR finanziavano inizialmente 1.350 CdC, 600 COT e 400 OdC. Nel novembre 2023 i target sono stati rivisti al ribasso: le CdC sono state ridotte a 1.038, le COT a 480 e gli OdC a 307. Vediamo cosa a fine 2025 si è effettivamente realizzato.
Relativamente alle Case della Comunità, al 31 dicembre 2025, sulle 1.715 programmate, per 649 (37,8%) le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77. Per oltre un terzo delle strutture programmate non esiste alcun dato pubblico: né sulla loro reale esistenza, né sullo stato di avanzamento. Per 781 strutture (45,5%) risulta attivo almeno un servizio: di queste solo per 285 (16,7%) sono stati dichiarati attivi tutti i servizi obbligatori: presenza di équipe multi-professionali, punto unico di accesso, assistenza domiciliare, specialistica ambulatoriale, servizi infermieristici, sistema di prenotazione collegato al CUP, integrazione con i servizi sociali, partecipazione della comunità, oltre a servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punto prelievi solo nelle CdC principali (hub).
«Considerata la rilevanza di ciascuno di questi servizi – afferma Nino Cartabellotta, Presidente Gimbe, – la loro presenza parziale non solo indebolisce le funzioni delle Case della Comunità, ma rende le strutture poco attrattive per i cittadini che non trovano tutte le risposte adeguate ai bisogni assistenziali».

Infine, delle 285 CdC con tutti i servizi obbligatori attivi, solo 66 (3,9%) risultano pienamente operative, grazie alla presenza di personale medico (H 24 7/7 giorni nelle CdC principali e almeno 12 ore/die per 6/7 giorni nelle secondarie) e infermieristico (almeno 12 ore/die per 7/7 giorni nelle CdC principali e per 6/7 giorni in quelle secondarie).
Passando agli Ospedali di Comunità, al 31 dicembre 2025 dei 594 programmati, solo 163 (27,4%) risultano avere almeno un servizio attivo (Tabella 3), per un totale di oltre 2.900 posti letto. In valori assoluti, i numeri più alti si registrano in Veneto (n. 47), Lombardia (n. 30), Emilia-Romagna (n. 24) e Toscana (n. 17). «Questi numeri – commenta Cartabellotta – certificano che sugli Ospedali di Comunità siamo ancora più indietro: non solo le strutture procedono a rilento, ma nessuna Regione è riuscita ad attivare tutti i servizi previsti dal DM 77. In queste condizioni, renderli “pienamente funzionanti” entro il 30 giugno appare una missione impossibile».
Molto meglio va per le Centrali Operative Territoriali, essenziali per coordinare la presa in carico dei pazienti e integrare l’assistenza sanitaria e sociosanitaria; risultano attivate in tutte le Regioni e il target europeo di 480 è già stato raggiunto. Al 31 dicembre 2025, su 657 COT programmate, 625 risultano pienamente funzionanti.
Passando al processo di digitalizzazione del Servizio sanitario Nazionale, il FASCICOLO SANITARIO ELETTRONICO (FSE) rappresenta il pilastro della trasformazione: il PNRR destina un investimento di € 1,38 miliardi per creare un ecosistema digitale interoperabile di dati sanitari su scala nazionale. «Proprio oggi, 31 marzo – spiega Cartabellotta – scade il termine per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche e private al modello standard di trasmissione dei dati per alimentare il FSE. Un passaggio cruciale, ma ancora incompleto e molto disomogeneo tra le Regioni: senza una interoperabilità reale, il FSE resta un’infrastruttura incapace di generare benefici concreti per l’assistenza sanitaria.
Il quadro complessivo è, nell’analisi della Fondazione Gimbe, tutt’altro che tranquillizzante:
“A soli tre mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute del PNRR – conclude Cartabellotta – l’obiettivo di rendere Case e Ospedali di Comunità “pienamente funzionanti”, requisito indispensabile per raggiungere i target, resta ancora molto lontano, con avanzamenti lenti e inaccettabili diseguaglianze regionali. Pesano i ritardi strutturali, l’attivazione parziale dei servizi e la carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico; per le Case della Comunità anche il ritardo nel coinvolgimento dei medici di famiglia, figura chiave dell’assistenza territoriale. Ecco perché, a tre mesi dalla scadenza Governo e Regioni, oltre ad accelerare, devono prendere seriamente atto dei rischi che accompagnano la rendicontazione finale del PNRR, che al momento non prevede alcuno slittamento temporale. Il primo rischio, da evitare ad ogni costo, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo è centrare il target nazionale grazie ai risultati di alcune Regioni, senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, che rischiano anzi di ampliarsi. Il terzo, il più grave, è di completare l’incasso delle rate senza produrre benefici concreti per i cittadini, lasciando in eredità solo scatole vuote e una digitalizzazione frammentata e incompleta, a fronte di un indebitamento scaricato sulle generazioni future. E sprecando, di fatto, la più grande occasione per il SSN di costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile per i cittadini”.

