di Luca Baldazzi
Repetita Iuvant? Per il terzo anno consecutivo , un emendamento al Milleproroge consentirà per l’intero 2026 ai medici del Servizio sanitario nazionale di rimanere, su base volontaria, in servizio fino al compimento del 72° anno di età. Viene inoltre prevista, per i medici già in quiescenza, la possibilità di stipulare contratti di collaborazione o assumere incarichi di lavoro autonomo, ma di durata non superiore a sei mesi per l’anno in corso
La misura, avanzata dal governo, costituisce l’ennesimo aggiustamento per contrastare le carenze croniche del personale medico a livello nazionale: un tentativo “disperato” per garantire la continuità operativa di numerosi reparti ospedalieri, già vessati dalla cronica carenza di personale. A sostenere questo provvedimento sono stati molti parlamentari, forse anche per ovviare all’imminente rischio di chiusura per strutture carenti di medici nei loro collegi, territori già quasi desertificati in quanto a sanità pubblica. Uno dei casi più eclatanti è quello quello del reparto di anestesia e rianimazione dell’Ospedale di Polistena, l’unico presente in provincia di Reggio Calabria.
A differenza che gli anni passati, in cui si permetteva a tutti i medici pubblici ad un passo dalla quiescenza di conservare anche ruoli apicali ricoperti (ad esempio, quello di primario), l’emendamento al milleproroghe 2026 esclude dal rinnovo automatico i docenti universitari impegnati in attività assistenziali, per i quali non scatterà la proroga. Questa limitazione discende del Mur (Ministero dell’Università e della Ricerca), mentre l’orientamento generale delle forze politiche, sia di maggioranza che d’opposizione, sarebbe quello di consentire a tutti per l’annualità corrente, la permanenza in servizio.
L’emendamento così concepito risponde all’allarme lanciato alla fine dello scorso anno dalla Federazione Cimo-Fesmed, che federa 4 sindacati cui fanno riferimento circa 15mila dei circa 128mila medici (dati 2024) presenti nell’interno del Ssn. “Professionisti preziosi, con un patrimonio di esperienza alle spalle, fondamentali per tamponare le gravi carenze di organico, soprattutto negli ospedali più in difficoltà”, spiega Guido Quici, presidente Cimo-Fesmed, denunciando come in uno scenario in cui il sistema Paese risulta incapace di ricambio generazione, si sono perduti negli scorsi anni quasi 5.000 medici che avrebbero potuto continuare a lavorare.
La misura del governo non registra, tuttavia, il plauso di tutti. Da parte dell’Anaao Assomed, sindacato di 21mila iscritti che rappresenta la dirigenza medico-ospedaliera, arrivano preoccupazioni per le ricadute sul piano contrattuale e sull’organizzazione del lavoro. Critici anche i sindacati dei medici di emergenza-urgenza Simeup e Simeu.
Comunque, da qualunque angolazione la si guardi, questa misura si configura come nient’altro che un salvagente lanciato in acque perigliose: l’ennesimo provvedimento emergenziale cui non si affianca una visione strategica sulle professioni sanitarie (medici e infermieri) carenti nel pubblico perché è mancata la programmazione, perché i livelli retributivi sono troppo bassi e quindi poco attrattivi. Da qui la fuga nel privato, con il retrogusto (magari malevolo) che qualcuno la veda di buon occhio. Alle prese con la riforma delle professioni sanitarie e del più recente disegno di legge delega di riorganizzazione organica del Sistema Sanitario nazionale, vale la pena di ricordare che non si fanno le nozze con i fichi secchi, e che se non si procede verso un reale, progressivo rifinanziamento del sistema, entro pochi anni non si avranno le risorse neanche per le “toppe”.

