Di Luca Baldazzi –
“Salute Artificiale”, la ricerca realizzata dagli Istituti Sociometrica e FieldCare su incarico delle Fondazioni Italia in Salute e Pensiero Solido, ha esplorato l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa (Chatgpt, Gemini e Claude) sulle abitudini degli italiani relativamente alla gestione della propria salute. Ne emerge uno spaccato per nulla sorprendente, che riflette quel progressivo solipsismo per il quale l’informazione “algoritmica” diventa, grazie alla sua costante reperibilità, la voce che soprattutto i giovani sono più propensi ad ascoltare. Ma se non dobbiamo sorprenderci, ciò non significa che non ci si debba preoccupare.
Presentata il 2 febbraio presso Assolombarda, la Ricerca – realizzata su un campione di 993 italiani -, rivela come l’intelligenza artificiale, a soli 3 anni dal suo ingresso nel potenziale consumo diffuso in quanto fruibile attraverso gli smartphone, abbia acquisito una posizione determinante tra le fonti ricercate per ottenere informazioni concernenti la propria salute. Ad usarla con regolarità è il 42,8% degli italiani, rispetto al 73,5% che si avvale invece dei motori di ricerca come Google, disponibile oramai da quasi 30 anni.
Stiamo quindi dicendo addio “dottor Google”? In prospettiva certamente, perché tra i giovani (18-34 anni), si registra il sorpasso dell’AI generativa, che viene usata dal 72,9% come primo strumento per informarsi sulla propria condizione di salute. Quello che si instaura è, così, un modello triangolare, che vede il paziente relazionarsi sia con gli esseri umani (il medico di base, altri specialisti), sia con le macchine (le AI), con una dinamica che progressivamente tende a privilegiare gli algoritmi che animano quest’ultime. Il passaggio dalla “rete” all’AI, rappresenta un forte scarto: “…due modelli completamente diversi di rapportarsi all’informazione medica” spiega Antonio Preiti, direttore di Sociometrica, uno degli autori del rapporto, che rimarca il punto di svolta: se gli adulti mantengono un approccio tradizione, cercando su Google “informazioni”, i più giovani dialogano con le AI, trattandola al pari di un “consulente sempre disponibile”. Questa la tendenza che emerge e che, assai più del consolidato ricorso ai motori di ricerca, inficia il rapporto medico-paziente.
Se la propensione a consultare informazioni online prima o dopo l’appuntamento con il medico è oramai radicata nelle abitudini dei cittadini (lo fanno l’85,7% degli intervistati), l’elemento nuovo è che soprattutto i più giovani si affidano all’AI per “verificare” le diagnosi o le terapie suggerite dai medici: una tendenza che la ricerca registra nel 63,9% dei casi. Una percentuale simile, il 62,7% ammette poi di aver messo almeno una volta in dubbio le raccomandazioni ricevute. Questo fenomeno porta, in non pochi casi – ben il 14,1% degli intervistati – a modificare o interrompere la terapia prescritta senza consultare il proprio medico, basandosi unicamente su informazioni trovate online: il mito dell’autoterapia, supportata proprio dall’AI.
“È un fenomeno che il sistema sanitario non può più ignorare”, è il commento di Federico Gelli, Presidente di Fondazione Italia in Salute. “Non contestano apertamente il medico, ma prendono decisioni autonome sulla base di ciò che leggono online o chiedono a ChatGPT. Sono i ‘ribelli silenziosi’ della sanità contemporanea”.
Forte preoccupazione anche da parte di Antonio Palmieri, presidente della Fondazione Pensiero Solido:“…l’Intelligenza Artificiale generativa obbliga i medici a ridefinire la relazione con i pazienti. La capacità relazionale dell’IA generativa produce rischia di essere più forte e seducente di quella umana. L’algoritmo ascolta, risponde con pazienza e tratta con gentilezza, quindi acquista autorevolezza. Sta a noi umani non essere superati dall’empatia artificiale nel rapporto tra medico e paziente.”

