Di Alberto Baldazzi

    La recente istituzione di 3 nuove lauree infermieristiche specialistiche va certamente nella direzione di una maggiore valorizzazione delle funzioni degli infermieri nel nostro sistema sanitario. Ma l’inserimento in queste nuovi percorsi formativi dell’ “indirizzo clinico” e della possibilità in alcuni specifici ambiti di “prescrivere”, che anche formalmente riconosce ciò che in realtà già esiste, ovvero l’elevato livello delle prestazioni svolte dagli infermieri, non piace ai medici che contestano lo spazio di “autonomia” che gli infermieri acquisirebbero e che intaccherebbe l’intangibilità del loro ruolo. Ce ne siamo già occupati in un precedente articolo. Negli ultimi giorni su questo aspetto il livello della polemica è montato, anche in relazione al dramma del fallito trapianto di cuore a Napoli. I vertici dell’Ordine dei medici hanno addirittura addebitato al “troppo spazio” acquisito dagli infermieri le responsabilità di ciò che non ha funzionato tra Bolzano e Napoli. Questo ha generato una dura risposta da parte della Fnopi, la Federazione delle professioni infermieristiche. Ma lasciando da parte attacchi sterili e polemiche fuori luogo, proponiamo una conversazione con la Dottoressa Barbara Mangiacavalli, Presidente della Fnopi, nella quale vengono affrontate “dall’interno”  la condizione reale e le prospettive del lavoro infermieristico nel più vasto contesto delle mutate esigenze della sanità italiana.

    Barbara Mangiacavalli

    Dottoressa Mangiacavalli, la recente istituzione di tre nuove lauree infermieristiche ad elevata specializzazione, in qualche misura apre ad una maggiore valorizzazione del lavoro degli infermieri che, stando a quanto dichiarato dal ministro Schillaci, acquisteranno anche formalmente una maggiore autonomia nell’area della cura rispetto agli attuali rapporti con i medici. Sembra però che questa prospettiva non piaccia affatto ai medici e alla Federazione dei loro ordini professionali. La reazione negativa è stata immediata. Cosa ci dice in proposito?

    Mangiacavalli – Intanto è un percorso che è iniziato almeno 4 anni fa; un percorso caratterizzato – mi verrebbe da dire –  da un gentlemen agreement con la Federazione dei medici,  nella figura del suo  Presidente Filippo Anelli.  4 anni fa ci siamo incontrati in sede del Fnomceo. Erano presenti con me anche i nostri uffici comunicazione. In quella occasione  avevo chiesto al Presidente Anelli di poter condividere una riflessione sulla base della quale  si potesse iniziare a parlare di prescrizione di ausili e di presidi, di quegli ausili e di quei presidi che sono fortemente collegati al processo di assistenza infermieristica;  quindi non alla diagnosi medica, ma proprio, come dire, di prescrizione attinenti al percorso che un infermiere, con le norme attuali già  oggi in Italia svolge, che è quello di identificare i bisogni di assistenza infermieristica, di pianificare l’assistenza e di decidere il tipo di intervento assistenziale. Facciamo praticamente riferimento ai presidi per la gestione dell’incontinenza, ai presidi per la gestione delle stomie, ai presidi per la gestione delle medicazioni avanzate. Durante gli incontri questa  era una visione condivisa. In quella occasione ci eravamo accordati sul fatto che si potesse sdoganare” il termine prescrizione di presidi e di ausili. Abbiamo impiegato quattro anni a costruire questo  percorso,  perché abbiamo attivato un tavolo interministeriale con il Ministero e  l’Università, con la presenza anche del CUN: una concertazione tra tutte le istituzioni e tutti i livelli necessari.  Con questi 3 decreti abbiamo ridisegnato la formazione infermieristica, che avrà un primo livello triennale, che è quello abilitante all’esercizio della professione infermieristica, e una seconda abilitazione che è quella specialistica magistrale, su queste tre aree ampie: l’area dell’urgenza e emergenza, l’area delle cure territoriali e l’area delle cure pediatriche neonatali.

    Quando siamo partiti con questi 3 indirizzi, ci ha guidato la riflessione sullo stato del Paese: l’andamento demografico e  lo stato epidemiologico. Non abbiamo bisogno di riprendere  qui tutti i i dati che, non solo le istituzioni italiane ma anche quelle europee e l’Ocse, utilizzano quando illustrano il panorama di un’Italia che sta invecchiando,  con l’aumento della  cronicità, della fragilità,  della disabilità, della solitudine. Siamo partiti dal contesto del PNRR, che ci ha fatto lavorare duramente in questi anni per mettere a sistema e mettere in sicurezza lo sviluppo territoriale, ma anche tutta la rete dell’urgenza e emergenza. C’è poi il dato neonatale pediatrico che comporta  anche un’evoluzione della nostra professione. Un percorso che ha visto la convergenza veramente di tutte le istituzioni coinvolte, perché l’obiettivo che ha sempre avuto la nostra Federazione è stato quello di ridisegnare una formazione per avere una professione infermieristica all’altezza dei bisogni di salute del Paese.

    Per questo serve una professione infermieristica con competenze specialistiche validate e certificate, che opera all’interno di equipe multiprofessionali sempre più articolate e sempre più complesse. Oggi il lavoro in sanità è “di squadra”, non può più essere il lavoro di un singolo, e non c’è un unico dominus perché il dominus dipende anche da qual è la prevalenza dei bisogni in uno specifico momento: clinici, assistenziali,  sociali, sociosanitari. Questo è stato il nostro intento. Andiamo a configurare un’abilitazione magistrale in questi 3 settori dove tra le tante competenze previste dai decreti che istituiscono questa formazione, –  stiamo parlando delle competenze a cui la formazione deve rispondere- ,  c’è anche quella di prescrivere i presidi e gli ausili per l’assistenza infermieristica per i trattamenti assistenziali. Ecco, io credo che se con onestà intellettuale si valuta questo percorso, non si può che convenire che non stiamo chiedendo niente di più che quello che gli infermieri già fanno. Già oggi sono gli infermieri che indicano a chi in questo momento ha ancora quello che io chiamo il “potere della penna”, qual è il tipo di stomia, qual è il tipo di catetere, qual è il tipo di presidio per l’incontinenza, per quello specifico paziente a cui l’infermiere ha fatto la pianificazione assistenziale.

    Noi non intendiamo entrare nel merito della diagnosi clinica o dell’atto medico. Anche su questo abbiamo un accordo con con tutte le federazioni: medici,  farmacisti, infermieri, ostetriche, tecnici, fisioterapisti. Insieme abbiamo convenuto che cos’è l’atto medico, che comporta giustamente la diagnosi medica, la prescrizione della terapia medica e quant’altro. L’atto sanitario oggi è un insieme di atti di più professioni e la diagnosi infermieristica in tutta la letteratura internazionale esiste ed è pienamente riconosciuta, perché è collegata alla valutazione dei bisogni assistenziali infermieristici e alla pianificazione dell’intervento assistenziale infermieristico. Quindi questo ragionamento è pienamente coerente. Io confido che, passato questo momento di ruvidità, si possa veramente riprendere quel dialogo costruttivo che c’è stato in tutti questi anni e che non si è mai interrotto, perché nessuno sta portando via niente a nessuno, mentre invece stiamo cercando di dare risposte più complete, più appropriate alla complessità dei bisogni di salute dei nostri cittadini.

    Dottoressa, durante i mesi drammatici del Covid la figura dell’infermiere è assurta alla pubblica notorietà, ed è stata oggetto di un plauso collettivo e di doverosi riconoscimenti da parte del popolo italiano, e in tutte le aree maggiormente colpite dal Covid negli altri paesi.  A qualche anno di distanza, proviamo a sintetizzare qual è il peso e la collocazione della professione infermieristica in Italia. I numeri dicono che gli infermieri sono tanti, non so però se sono sufficienti, soprattutto nel pubblico. 460.000 iscritti alla Federazione delle professioni infermieristiche, di cui circa 280.000 nel pubblico. Ma nel pubblico il rapporto è un po’ squilibrato rispetto ad altri paesi. Soltanto 1,5 infermieri per ogni medico, quando in un reparto ospedaliero l’attività di cura e di assistenza professionale dura 24 ore al giorno e le mansioni sono tantissime e spesso complesse…

    Mangiacavalli – Siamo tutti reduci da questi anni intensissimi post Covid. Ma nel 2020-2022 noi infermieri italiani abbiamo fatto quello che facevamo nei mesi, nelle settimane, negli anni precedenti, e abbiamo continuato a farlo. Non è cambiato l’esercizio della nostra professione, non è cambiata la nostra competenza, la nostra capacità di stare dentro le situazioni, di stare vicino ai nostri assistiti, vicino alle famiglie e all’interno delle equipe.

    La professione dell’infermiere è diventata sicuramente più visibile perché il mondo era “chiuso”, gli unici servizi che venivano trasmessi erano quelli riguardanti, appunto, la situazione sanitaria. Da qui le tante immagini drammatiche che tutti abbiamo visto: questi infermieri stremati e bardati che scrivevano il nome sulla divisa e che usavano il loro telefono  per far fare una  videochiamata ai familiari a casa. Molti gli elogi e i riconoscimenti. Noi la retorica degli eroi l’abbiamo compresa, anche se non l’abbiamo condivisa. Quello che abbiamo un po’ meno compreso è stata la narrazione che si è subito sviluppata riassumibile nel  “non ci dimenticheremo di voi!!” . Sapevamo infatti che era dettata dall’emozione del momento, e che poi invece il percorso sarebbe stato lungo, perché abbiamo passato alcuni anni in qualche modo drogati dall’aspetto economico del PNRR, e dalle sfide insite nella Missione 6 del PNRR.

    C’è da dire che mentre il mondo che si era fermato ha cominciato lentamente a riprendersi, noi non solo non ci siamo mai fermati, ma anzi abbiamo anche lavorato più di prima perché, finita l’emergenza,  c’è stata tutta la fase di recupero delle prestazioni mancate e, quindi,  ciò ha significato turni incentivati e in sovrannumero rispetto all’ordinario. Si sono alternate fasi di emergenza, pandemica, barra epidemica, barra endemica, con fasi in cui anziché avere un calo di lavoro, c’era da recuperare tutto quello che non era stato fatto prima. Comunque, è certo che durante il Covid abbiamo acquisito questa forte visibilità e, probabilmente, si è fatta chiarezza sul ruolo che gli infermieri occupano, di cui la cittadinanza aveva poca contezza.   

    Partendo da qui la nostra Federazione, in qualità di ente sussidiario, ha iniziato a costruire questo importante percorso di rivisitazione e di recupero di attrattività della nostra professione. Anche gli indirizzi di laurea magistrale vanno in queste direzioni perché in particolare quella delle cure territoriali e quella dell’urgenza emergenza, arrivano proprio dall’esperienza pandemica che ha evidenziato che il territorio “non c’era” o,  perlomeno che non c’era come ci si aspettava che ci fosse. Da qui la necessità, ad esempio, di metter in campo quello che l’OMS aveva definito nel 2000 come l’“infermiere di famiglia e comunità”, un ingaggio diverso da parte del sistema delle cure primarie, il lavoro di rete con il socio-sanitario e con le amministrazioni locali, con i comuni, la presenza di strutture territoriali aperte  H12 o H24, gli ospedali di comunità per creare tutta quella rete pre e post ricovero. È mancato un approfondimento dei temi dell’urgenza e dell’emergenza. Infatti, se è vero che l’ospedale ha risposto benissimo, quando c’è stata la chiamata generale da parte della Protezione civile a infermieri e medici (e poi agli os) per affrontare il Covid, la Protezione civile cercava professionisti da mandare nelle aree con un indice di prevalenza più alto, quindi soprattutto in Lombardia. Si richiedevano professionisti con la specializzazione, quindi medici con la specializzazione e infermieri specialisti. Noi non siamo stati in grado di definire chi fosse l’infermiere specialista, siamo andati sulla base dell’esperienza. Quindi per noi, per il Paese, l’infermiera che lavorava in una terapia intensiva, in una sub-intensiva o comunque nell’area dell’urgenza-emergenza è stata considerata infermiera specialista in area dell’urgenza-emergenza. Da qui è nata l’idea del percorso formativo di specializzazione.

    Quindi l’evoluzione è sempre stata legata ai bisogni del Paese;  la pandemia ci ha consegnato il dovere – che come Federazione abbiamo raccolto – di costruire un percorso nuovo per gli infermieri italiani per rendere più attrattiva la professione.

    Lei parlava di numeri: i numeri, è vero, sono questi: 460.000.  Tanti ma pochi, tanti perché siamo tanti, è indubbio; siamo comunque poco meno dei medici, poco meno perché i medici ormai sono usciti dalla gobba pensionistica e quindi hanno avuto anche importanti ingressi. Noi invece siamo nel pieno della gobba pensionistica, e riscontriamo un minor volume di nuovi ingressi: per questo stiamo perdendo “numeri”. Il problema dei “numeri” però è anche molto complesso da analizzare, non possiamo banalizzarlo. Bisogna partire dalla base del potenziale generazionale. C’è il tema dei pochi nuovi nati in Italia; nel 2024 sono nati 370.000 bambini, vuol dire che fra 16 anni noi avremo circa 370.000 giovani che sceglieranno i percorsi di studio e poi quelli accademici. Nella mia generazione i nuovi nati erano più di un milione l’anno, e questo è un dato oggettivo che non può essere sottovalutato. C’è anche una maggiore scelta accademica rispetto alle nostre generazioni. Inoltre, oggi i giovani che scelgono percorsi universitari per le  professioni cosiddette di servizio,  valutano molto il sacrificio che ciò comporta. Questo cambio generazionale  è assai importante. E’ evidente che adesso i giovani, in tutte le professioni, sono portati a “scegliere”.

    Oggi i giovani sono interessati a un equilibrio diverso e ad una conciliazione  vita-lavoro; sono interessati alla flessibilità, non cercano più il posto fisso, cercano però il posto sfidante, quello che li fa crescere, quello che li aiuta a crescere, ad acquisire esperienze, a stare sulla complessità, non più su processi e percorsi standardizzati. Questo è un elemento con cui dobbiamo fare i conti, perché l’attrattività delle nostre professioni, della mia professione, passa anche attraverso quanto siamo in grado di offrire un posto sfidante, uno sviluppo di carriera sfidante, una capacità di rivisitarsi, di crescere continuamente, di mettersi alla prova. Oggi la professione infermieristica è statica:  tu entri in un modo e vai in pensione nello stesso identico modo.  Ecco perché ci siamo concentrati sul cambio strutturale della formazione che si porta dietro anche il cambio strutturale dell’esercizio della professione, confidando che pur avendo pochi nati,  ci sia un numero importante di giovani che possa scegliere questo lavoro che veramente può dare tanto al Paese,  soprattutto se riusciamo a ridisegnarlo. 

    Dottoressa, la “cura della persona”  è qualcosa di assai  complesso, che supera anche gli aspetti diagnostico e clinico, e sempre più rappresenta un’esigenza ed un’emergenza nel nostro Paese. Pensiamo all’assistenza domiciliare, pensiamo ad una società in cui gli ultra 65 anni stanno raggiungendo e superando i cittadini da zero a 30 anni; pensiamo ad un welfare che si sta sfarinando per una serie di motivi, la qual cosa comporterebbe l’esigenza di investire sempre di più nella sanità, ma non lo si fa. Ma tornando  alla ambito della professione infermieristica,  dal portantino inquadrato nel film Il Medico della mutua del 1968, che forse ancora oggi genera un’immagine dell’infermiere molto svilente,  alle giovani generazioni di infermieri che hanno 3 anni di laurea più i 2 o i 3 di specializzazione, il cambio dovrebbe essere evidente e dovrebbe  essere sempre più avvertito anche in termini di percezione sociale. Io mi auguro che la professione infermieristica possa dispiegarsi sempre più ampiamente, superando anche alcune dinamiche micro-corporative….

    Mangiacavalli – Teniamo a precisare  che l’atteggiamento della Federazione nazionale degli ordini degli infermieri non è assolutamente corporativo. Noi siamo perfettamente consapevoli di essere enti sussidiari dello Stato e, come dico sempre ai nostri presidenti provinciali, abbiamo l’onere di parlare alla testa degli infermieri, e non alla pancia.  Sarebbe molto più facile per noi parlare alla pancia, ma abbiamo l’onere di parlare alla testa, e devo dire che questo aspetto, questo esercizio del ruolo, sta diventando sempre più consapevole da parte di tutti i nostri presidenti provinciali.

    Purtroppo –   devo dire purtroppo – , in questi anni abbiamo cercato molte strade per sensibilizzare i media e chi si occupa di comunicazione in genere, dalla carta stampata alle radio alla televisione. Noi soffriamo di una  narrazione che, come lei ha ben descritto,  prima ci vedeva come portantini – io ho sentito usare anche il termine “ciabattoni”,  poi come  paramedici – che è un termine mal tradotto del mondo anglosassone degli anni Settanta: bene questi sono atteggiamenti che scatenano reazioni ancestrali verso la  nostra professione, perché appartengono a quel passato di cui ovviamente siamo perfettamente consapevoli; noi siamo perfettamente consapevoli che nella storia passata le nostre sono nate come attività ancillari e di infimo profilo: figure e mansioni che venivano affidate a chi doveva scontare una pena, o chi aveva avuto altri problemi con la giustizia, perché sembrava che rapportarsi con un corpo malato fosse una condizione riservata a questo tipo di figure. Però nella storia abbiamo anche la nostra Florence Nightingale, nata nel 1820, che in pochi decenni  ha fatto nascere la moderna assistenza infermieristica intesa come disciplina scientifica. La strada è stata lunga.  Dopo due secoli, per il 2020 l’OMS aveva dichiarato l’anno mondiale degli infermieri. Il primo gennaio 2020 si è aperto così l’anno mondiale degli infermieri, e gli infermieri  di tutto il mondo  l’hanno celebrato, come poi abbiamo ben visto, con il Covid.  Ma simbolicamente, proprio perché nel 2020 c’era il bicentenario della nascita della fondatrice della moderna assistenza infermieristica intesa come disciplina,  è su questa strada  che vogliamo ulteriormente procedere.

    Facciamo ancora un po’ fatica perché la stampa e più in generale la comunicazione “collocano” ancora il medico sopra tutti gli altri. Poi, se un generico operatore di supporto dentro una RSA ha usato violenza su un anziano, è subito identificato come un “infermiere”. I film, le fiction, relegano spesso l’infermiere in un ruolo o di comparsa o, peggio ancora, dentro stereotipi che  conosciamo bene come quello dell’ infermiera ”amante”.  C’è da dire che  invece il film del 2025 della regista svizzera  Petra Volpe, L’ultimo turno, è il primo lungometraggio che restituisce la vera dignità alla nostra professione, e illustra bene che cosa vuol dire gestire un  pomeriggio “ordinario”  in un reparto “normale” con pazienti tra virgolette “normali”. Ecco, spero che questo film possa essere il primo di una lunga serie che ci aiuti, anche rispetto agli organi di stampa, ai media e alla comunicazione in generale, a far passare qual è il messaggio corretto, scevro da stereotipi che non hanno più senso ma che, quando ancora oggi vengono usati, scatenano verso chi  svolge la nostra professione, reazioni immotivate.

    Dottoressa Mangiacavalli, in bocca al lupo agli italiani e agli infermieri, ai medici, a tutte le professioni sanitarie che li devono curare e accudire. Grazie ancora per questa conversazione.

    ARTICOLO 32, agenzia di stampa iscritta in data 5 novembre 2025 al n. 116/2025 del Registro Stampa del Tribunale di Roma

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