di Alberto Baldazzi
Lo stato dell’arte e l’iniziativa 5eurocontroilfumo
Fortunatamente da diversi decenni si è consolidata la piena consapevolezza dei danni che il fumo provoca all’organismo. Le evidenze scientifiche hanno oramai permeato il pubblico dibattito, e nessuno si permette più di negare – come avveniva ancora fino agli anni Ottanta del secolo scorso – che il fumo uccide o che, quantomeno, peggiora la qualità della vita. I dati sono noti. In Italia ogni anno sono 93.000 le morti imputabili al fumo, ed il costo sostenuto per curare le acuzie e le patologie croniche tabacco-correlate è valutato in circa 26 miliardi, poco meno del 20% del budget 2026 del Fondo Sanitario Nazionale.
Con i primi anni 2000 la consapevolezza cui abbiamo accennato ha progressivamente prodotto, attraverso l’azione dei Ministri della Sanità Veronesi e Sirchia, una serie di norme e regolamenti che hanno correttamente inquadrato il fumo come uno dei principali nemici della salute, producendo divieti tendenti a impedire la possibilità di fumare nei locali e negli spazi pubblici e a limitare i rischi da esposizione al fumo passivo, oltre che a preservare i minori. Tutto ciò all’interno di una cornice normativa comunitaria, che prevedeva anche campagne di comunicazione pubblica per informare i cittadini sui rischi legati al fumo. Queste iniziative hanno prodotto fino alla metà degli anni Dieci una riduzione in Italia dei consumatori di tabacco di circa 1 milione, ma nell’ultimo decennio la discesa si è fermata e l’Istituto Superiore di Sanità segnala per il 2024 una prevalenza di fumatori nella popolazione adulta intorno al 24%: circa 12 milioni di italiani, dunque, sono ancora fumatori. Se si scende nel dettaglio, si nota che l’abitudine al fumo è leggermente diminuita negli uomini, ma fortemente cresciuta tra le donne. Il risultato è che in un quindicennio l’incidenza del tumore del polmone negli uomini è diminuita del 16,7%, mentre nelle donne è aumentata dell’84,3%: se ce ne fosse bisogno, anche solo questo dato rimanda plasticamente alla nocività del consumo di tabacco.
Di fronte a questa situazione stagnante alcuni importanti soggetti hanno presentato nei giorni scorsi una iniziativa in qualche misura dirompente: avanzare al Parlamento una proposta di legge popolare per determinare un aumento di 5 euro per ogni pacchetto di sigarette, e aumenti anche per gli altri prodotti di nuova generazione. L’iniziativa è promossa da Aiom e Fondazione Aiom (Associazione italiana di Oncologia Medica), Fondazione Airc (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e Fondazione Umberto Veronesi. I soggetti proponenti ritengono che solamente “grazie al drastico incremento del costo dei prodotti da fumo è possibile contrastare il tabagismo, reperendo anche risorse per il Ssn”, e parlano di una “battaglia di civiltà” cui i cittadini sono chiamati a dare un contributo firmando la proposta di legge popolare.
Condividendo che la lotta al tabagismo rientri pienamente nel novero delle “battaglie di civiltà”, e riconoscendo che la campagna 5eurocontroilfumo.it è avanzata da soggetti di grande e riconosciuto valore sia scientifico che civico, in questo nostro articolo ci permettiamo però di sollevare alcuni dubbi che non investono le finalità dell’iniziativa, ma riguardano la sua eventuale efficacia, la sua realizzabilità concreta, ed alcune sue forti criticità.
Qui di seguito evidenziamo gli aspetti critici dell’iniziativa, riprendendo analisi e problematiche che Articolo32 ha già più volte affrontato, suddividendoli in 3 differenti aree:
- Impatti delle politiche fiscali che determinano nei maggiori paesi occidentali il prezzo finale dei prodotti del tabacco
- Portato socio-economico dell’aumento dei prezzi sui consumatori finali
- Contraddizioni e limiti nell’omologazione dal punto di vista fiscale, ma anche della nocività, tra tabacco tradizionale e nuovi prodotti che superano la combustione
- Impatti delle politiche fiscali che determinano nei maggiori paesi occidentali il prezzo finale dei prodotti del tabacco
Su questo punto va segnalato che le politiche di tassazione (accise ed Iva) in vigore nel nostro Paese portano il costo finale per il fumatore del pacchetto da 20 sigarette a circa 6,50 euro medi (in virtù anche degli aumenti già introdotti con il gennaio 2026). Questo prezzo nel Regno Unito sale a 15 euro (Edimburgo) e 16,90 (Londra), in Francia è di 13,20 euro, in Irlanda 16,80 euro, in Norvegia 13,60, in Olanda 9 euro. Allargando lo sguardo, in Nuova Zelanda il prezzo del pacchetto è di 18 euro, e in Australia addirittura di 26 euro. In altri paesi europei come Germania, Spagna, Grecia vengono praticati prezzi in linea con quelli italiani. Al contrario, in alcuni paesi dell’est Europa come la Bulgaria lo stesso pacchetto di sigarette può costare anche solo 1 euro. É chiaro che queste abissali differenze risentono solo in piccola parte dei differenti livelli del costo della vita. A costituire l’elemento determinante resta la leva fiscale applicata nei diversi paesi per finalità sia di gettito, sia di eventuale contrasto al consumo.
La politica fiscale sui prodotti del tabacco in Italia deve dunque essere considerata “moderata”. Potrebbero, dunque, esserci spazi per aumentare le accise, e avvicinarsi ai prezzi finali di altri importanti paesi europei. Ma c’è da chiedersi se la politica delle accise più elevate possa funzionare veramente. I confronti e i dati reali dimostrano infatti che quello che gli stati “guadagnano” da un mercato legale caratterizzato da forti accise, viene in parte controbilanciato dalle minori entrate che derivano dalla crescita di quello illegale nel quale, ovviamente, non si applicano le accise e gli altri prelievi. Per altro verso, anche il decisivo obiettivo della riduzione dei consumi si allontana, dato che il consumatore “illegale” incontra molte occasioni di coltivare la propria dipendenza ad un costo assai più contenuto (in genere la metà). L’obiettivo di comprimere i consumi con la politica delle accise, che meritoriamente i promotori della campagna 5eurocontroilfumo si prefiggono, rischia dunque di cozzare contro il quasi certo riemergere del contrabbando, come è dimostrato dalla situazione reale riscontrabile in altri paesi.
Dalla 19° edizione del rapporto sul contrabbando di tabacchi in Europa curato da KPMG pubblicato lo scorso giugno, questi elementi emergono chiaramente. In Europa nel 2024 il record dei volumi di contrabbando di tabacchi spetta alla Francia, dove il 37,6% delle sigarette consumate è illegale: più di un pacchetto su 3. L’Irlanda è buona seconda, con il 24,4%, l’Inghilterra segue con il 21,2%: si tratta di importanti paesi in cui, come abbiamo visto, il prezzo del pacchetto di “bionde” è molto elevato.
Tornando alla situazione italiana, grazie alle accise “moderate” e ad una filiera governata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che controlla rigorosamente tutti i passaggi dai produttori ai consumatori finali, il contrabbando – storica ingombrante presenza nei primi decenni del secondo dopoguerra – è stato sconfitto e compresso in percentuali irrisorie. KPMG calcola per l’Italia del 2024 una quota del solo 1,8%, in progressiva discesa negli ultimi anni: un ottimo risultato di cui si può fregiare il sistema-paese in tutte le sue articolazioni (Ministero economia e Finanze, ADM, Forze dell’Ordine, Magistratura, filiera della produzione e della distribuzione).
Ipotizzando ora che l’obiettivo dei propugnatori dell’iniziativa sia raggiunto, anche in Italia il prezzo finale del pacchetto supererebbe abbondantemente i 10 euro, collocandosi mediamente intorno ai 12 euro. In questo scenario, vista anche la storica e consolidata presenza della criminalità comune e organizzata oramai in tutte le regioni del Paese, sarebbe illusorio ritenere che l’Italia possa risultare indenne da un forte rigurgito del contrabbando, che con ogni probabilità riavvolgerebbe nelle sue spire milioni di italiane ed italiani. Quella che segue è una simulazione dell’impatto che potrebbe essere generato dall’introduzione dell’aumento di 5 euro a pacchetto, relativamente al risorgere del contrabbando.
In Italia vengono acquistati quotidianamente circa 8 milioni di pacchetti di sigarette. Ipotizzando che, come è realistico, la criminalità colga l’occasione del nuovo business sospinto dall’innalzamento del prezzo medio a 12 euro, e che la quota di pacchetti illegali oggi inesistente (l’1,8%) salga al 20% – ricordando che nei paesi ad alte accise tale quota è spesso superata -, nel Paese ogni giorno verrebbero smerciati 1,6 milioni di pacchetti illegali. Dal momento che mediamente il prezzo del pacchetto di contrabbando si colloca intorno al 50% di quello legale, la criminalità potrebbe contare su di un “fatturato” quotidiano di circa 9,6 milioni di euro (6 euro per 1,6 milioni di pacchetti) e su ricavi annui per circa 3,5 miliardi di euro (9,6 milioni per 365).
Se questa simulazione ha, come riteniamo, senso, è evidente che l’innalzamento del prezzo del pacchetto si risolverebbe in un assist alla criminalità organizzata che, certo, in Italia gode purtroppo di ottima salute. Questo risorgente fatturato illegale legato al risorgere massiccio del contrabbando inquinerebbe ulteriormente molti settori dell’attività economica del Paese, con effetti a caduta facilmente immaginabili.
- Portato socio-economico dell’aumento dei prezzi sui consumatori finali
Il consumatore finale – il fumatore -, di fronte all’aumento del prezzo medio del pacchetto a 12 euro potrebbe reagire in 3 modalità:
- smettere di fumare
- rivolgersi al mercato illegale
- assorbire l’aumento all’interno del proprio budget tradizionale
Analizziamo ora le 3 possibili reazioni.
Quanto alla prima – sulla quale puntano i promotori della campagna 5eurocontroilfumo – , è certo che una quota di attuali consumatori si troverebbe “costretta” a rinunciare all’abitudine del fumo per difficoltà economiche a conservarla. Ma, trattandosi di una dipendenza, è probabile che questa quota risulterebbe assai scarsa. I promotori della campagna, ed in particolare il Presidente Aiom, il Professor Massimo Di Maio, nella presentazione dell’iniziativa ha affermato che “…le esperienze internazionali hanno dimostrato che l’incremento drastico del prezzo delle sigarette è una strategia efficace per ridurre davvero il numero di fumatori”. Non esistono, però, nella letteratura internazionale, evidenze che il semplice aumento dei costi del pacchetto abbia da solo prodotto gli effetti sperati, mentre è universalmente riconosciuto il rapporto tra aumento dei prezzi e crescita del contrabbando.
Quanto alla seconda reazione, abbiamo già segnalato che anche in paesi con un tasso di legalità diffusa ritenuto più alto del nostro, i consumatori non si fanno scrupoli a ricorrere al mercato illegale per approvvigionarsi di sigarette a costo più contenuto, e non esistono ragioni per ipotizzare che ciò non avvenga in Italia. Al contrario, in un Paese in cui il genoma del contrabbando di sigarette è stato così fortemente radicato, fino a rappresentare il primo tradizionale perimetro dell’attività malavitosa che in seguito si è allargato ad altri settori, è probabile che una importante quota parte dei consumatori-fumatori – almeno pari a quella che abbiamo precedentemente ipotizzato – possa con facilità realizzare lo shift da acquisto in tabaccheria a ricorso ai tanti rivoli dell’illegalità. Ciò, inoltre, contribuirebbe ad un generale ulteriore deperimento del senso di legalità e delle prassi a questo collegate.
Quanto alla terza reazione, i fumatori che, non riuscendo a smettere o non volendolo fare, non intendessero comunque rivolgersi al mercato illegale, possono essere suddivisi in 2 tipologie:
- i benestanti, per i quali l’ulteriore disponibilità economica necessaria per approvvigionarsi dei pacchetti “legali” cresciuti di prezzo, non rappresenterebbe un serio problema
- i meno abbienti, per i quali già oggi il “costo” del consumo di tabacco (ipotizzabile mediamente intorno ai 100 euro per 15 pacchetti, e ai 200 euro mensili per i fumatori incalliti che ne acquistano uno al giorno) tenderebbe ad un quasi raddoppio. Per questa tipologia di consumatori, che secondo l’Istituto Superiore di Sanità è molto diffusa e che per motivazioni socio-culturali ha maggiori difficoltà a smettere, passare da circa 150 euro medi a poco meno di 300 euro di spesa mensile per approvvigionarsi di sigarette legali, assorbirebbe una quota parte del redito disponibile analoga a quella che si spende per la casa o l’alimentazione. Si tratterebbe, dunque, di una involontaria tassa sulla povertà culturale ed economica.
- Contraddizioni e limiti nell’omologazione dal punto di vista fiscale, ma anche della nocività, tra tabacco tradizionale e nuovi prodotti che superano la combustione
Anche i promotori della campagna 5eurocontroilfumo nella lotta al tabagismo inquadrano, oltre alle tradizionali “bionde”, i nuovi strumenti che superano la combustione (sigarette elettroniche e tabacco riscaldato, sacchetti di nicotina), per i quali confermano l’esigenza di un forte aumento del prezzo attraverso maggiori accise. Ciò appare in contraddizione con quanto buona parte della letteratura internazionale attesta relativamente all’utilizzo di tali strumenti in logica di riduzione del danno. Articolo32 ha più volte segnalato che i vapori prodotti da sigarette elettroniche e da riscaldatori di tabacco, pur non essendo esenti da rischi, rappresentano per i fumatori adulti una alternativa a rischio ridotto, se non addirittura un passaggio intermedio verso la cessazione. Nel dibattito scientifico internazionale su questo aspetto non c’è unanimità, ma certo sono tante e qualificate le voci e le ricerche che riportano i risultati positivi raggiunti nei paesi dove la riduzione del danno rappresenta una linea d’intervento della sanità pubblica. Conseguentemente, in molti contesti i nuovi prodotti beneficiano di una fiscalità di vantaggio. Sarebbe assurdo e controproducente penalizzarli dal punto di vista fiscale. Il “rogo” del tabacco tradizionale ha certamente fondate e profonde motivazioni, ma quello dei nuovi strumenti presenta in controluce degli elementi oscurantisti e una carica ideologica fuori luogo rispetto all’obiettivo di una concreta lotta al tabagismo. Meraviglia, infine, che tra i promotori di una campagna che non valorizza il ruolo dei nuovi strumenti e le politiche di riduzione del danno, vi sia la Fondazione Veronesi, intitolata al grande clinico oncologo e Ministro della Sanità Umberto Veronesi che fu tra i primi, a metà degli anni 10, a riconoscere l’utilità dell’unico “nuovo” strumento allora esistente, la sigaretta elettronica, per combattere il consumo di tabacco.
Conclusioni
La campagna per avanzare un progetto di legge di iniziativa popolare contro il consumo di tabacco incentrato su di un forte aumento dei prezzi per il consumatore finale, presenta dei limiti e degli aspetti contraddittori che riteniamo di aver evidenziato. Pur rispettandone le finalità, e augurandoci che la raccolta delle 50.000 firme necessarie proceda comunque felicemente, riteniamo che le proposte avanzate in una logica fin troppo semplificata non troveranno consenso una volta al vaglio del Parlamento. Questo perché l’attuale governo, sulla scorta di quelli precedenti, ha ben chiaro il rischio del riemergere del fenomeno contrabbando, così come è saldo nel riconoscimento della fiscalità di vantaggio per i nuovi strumenti che superano la combustione e, quindi, risultano meno dannosi. Queste posizioni per altro sono state espresse dall’Italia anche in sede di revisione della Direttiva europea sul tabacco.
C’è comunque da augurarsi che nell’auspicabile dibattito parlamentare che ne potrà nascere, sia possibile riflettere a 360 gradi sugli strumenti con i quali attuare la lotta al tabagismo, con l’obiettivo di un aumento dell’offerta sociosanitaria per chi intende smettere di fumare, del varo di efficaci campagne di informazione e di concrete attività di prevenzione, ma anche – questo è quanto Articolo32 ritiene utile ed opportuno – nella valorizzazione dei nuovi strumenti che al momento, a livello globale, incarnano una reale prospettiva per mitigare la piaga delle patologie tabacco-correlate.

