Di Alberto Baldazzi
Con la recente firma dei decreti che sanciscono l’istituzione di 3 nuove lauree magistrali in Cure Primarie e Sanità pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali e Cure Intensive e nell’Emergenza (che prevedono la possibilità per gli infermieri di prescrive presidi sanitari e ausili), si “apre” alla possibilità di un’evoluzione nei rapporti interni alle professioni sanitarie.
Come sappiamo, in Italia i medici sono in numero sufficiente, e addirittura più numerosi in rapporto alla popolazione rispetto a quanto avviene nei maggiori paesi occidentali. Gli infermieri sono invece strutturalmente sottodimensionati, e ciò discende da una visione medico-centrica che rappresenta oramai una eccezione in confronto ad altri importanti contesti. È altrettanto noto che, comunque, entrambi i pilastri dell’assistenza sanitaria pubblica sono sottopagati e sottoposti ad un lavoro stressate e usurante. Il risultato è che una quota sempre maggiore di medici abbandona il servizio pubblico, mentre gli infermieri (che, lo ricordiamo, sono tutti professionisti laureati e in massima parte specializzati) sono mediamente “anziani” e in percentuali elevate vicini alla quiescenza, mentre le università non produco nuove leve in numero sufficiente. La crisi del comparto infermieristico è, dunque, ancora più grave rispetto a quello dei medici.
Se poi passiamo dai “numeri” all’organizzazione del lavoro, soprattutto negli ospedali si riscontra una situazione paradossale per la quale gli infermieri sono caricati di una serie di incombenze che li schiacciamo ma, allo stesso tempo, almeno formalmente, svolgono funzioni solamente ancillari rispetto ai medici, ai quali non spetta come è giusto in “esclusiva” la sola diagnosi, ma anche l’intero processo della terapia. Tutto ciò rappresenta, allo stesso tempo, una frustrazione per il personale infermieristico, ed uno spreco nell’erogazione delle prestazioni.
Il fatto che nel protocollo delle nuove lauree infermieristiche magistrali si parli esplicitamente di “indirizzo clinico” rappresenta, in qualche misura un grimaldello per svellere almeno in parte gerarchie professionali che non hanno più senso. Non si tratta, dunque, di ribaltare i ruoli, ma di utilizzare le capacità professionali degli infermieri che, per quello che riguarda l’erogazione delle terapie, sono assolutamente in grado da fornire un apporto qualificato, non più “sotto dettatura” dei medici.
Grande la soddisfazione della FNOPI, la Federazione delle professioni infermieristiche, la cui Presidente Barbara Mangiacavalli ha commentato:
“Non è un punto di arrivo, è un punto di partenza. Oggi declineremo bene il lavoro che ci attende rispetto ai nuovi percorsi su una strada che gli infermieri hanno intrapreso perché hanno bene in mente la risposta ai nuovi bisogni di salute di cittadini e pazienti”.

Barbara Mangiacavalli
L’inizio di un processo di maggiore valorizzazione delle professioni infermieristiche sembra iniziato. Tutto bene, dunque? Forse, perché siamo abituati ai ritardi e ai blocchi che la burocrazia genera rispetto anche ai percorsi più virtuosi, ma anche a certi riflessi condizionati di tipo – non ce ne voglia la classe medica – corporativo. In questo senso vanno forse interpretati i primi segnali che provengono dalla Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei Medici, che ha chiesto di modificare la formulazione relativa alle nuove lauree magistrali perché rischierebbe “di incidere sulla corretta delimitazione degli ambiti di competenza professionale. La Federazione ricorda infatti che diagnosi, prognosi e terapia costituiscono attività qualificanti ed esclusive della professione medica”.
Per la Fnomceo “..l’elemento ritenuto più critico è proprio la possibilità per l’infermiere di “prescrivere trattamenti assistenziali”, dal momento che la prescrizione può avvenire solo a seguito di una diagnosi, atto riservato in via esclusiva ai medici”.
Non solo la diagnosi, quindi, ma anche l’erogazione delle terapie non potrebbe avvenire che sotto indicazione del medico. C’è da augurarsi che il “punto di partenza” di cui parla la Presidente Mangiacavalli sia reale, e non venga boicottato. L’alleanza delle professioni sanitarie rappresenta, infatti, il sine qua non per tentare per rabberciare una Sanità pubblica caratterizzata da un grande passato, ma che, purtroppo, oggi fa acqua da tutte le parti.

