di Redazione
Una recente ricerca della Fondazione Gimbe dettaglia i tanti motivi di allarme che riguardano il primo “mattone” dell’offerta sanitaria, ovvero il medico di medicina generale – il medico di famiglia, come viene solitamente chiamato. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è già diminuito di ben 5.197 unità, e da oggi al 2028 ben 8.180 andranno in pensione, mentre le “nuove leve” non saranno in grado di riempire i vuoti. Se si considera che mediamente ciascun medico di famiglia si occupa di quasi 1.400 cittadini, per le attuali carenze già oggi circa 7 milioni di italiani si trovano nella difficoltà o nell’impossibilità di essere assistiti da un “proprio” medico. Il fenomeno è diffuso in quasi tutto il Paese, e e riguarda 18 regioni.
Alla base di questa drammatica carenza vi sono la mancata programmazione e l’invecchiamento della classe medica; tutto ciò si scontra , inoltre, con un trend che vede la popolazione generale invecchiare, e quindi, un aumento del bisogno di assistenza, rispetto al quale il medico di famiglia rappresenta la prima risorsa e il primo accesso.
Nino Cartabellotta, Presidente Gimbe, ha in proposito segnalato che:
«La carenza dei medici di medicina è un problema ormai diffuso in tutte le Regioni e affonda le radici in una programmazione inadeguata, che per anni non ha garantito il necessario ricambio generazionale rispetto ai pensionamenti attesi. Inoltre, negli ultimi anni questa professione ha perso di attrattività e oggi sempre più cittadini faticano a trovare un medico di famiglia vicino a casa, con disagi crescenti e potenziali rischi per la salute, soprattutto per le persone anziane e per i pazienti più fragili».
Va inoltre segnalato che il completamento della Missione 6 del PNRR “prevederebbe” un forte potenziamento della medicina di territorio, proprio con il ricorso ad un utilizzo massiccio della figura del medico di base che dovrebbe dividersi tra il proprio ambulatorio e le “case della comunità”. E dato che i medici “non si inventano” e che la formazione dei nuovi operatori richiede una laurea in Medicina ed un corso di specializzazione (almeno 10 anni, dunque) , c’è da chiedersi come realmente, oltre a quanto è scritto sulla carta, si potranno attuare gli obiettivi del potenziamento territoriale che con drammatica evidenza si sono imposti durante gli anni del Covid.

