di Redazione

    Nei giorni scorsi si è celebrata la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Al centro dell’attenzione la reiterata denuncia delle morti e degli incidenti che proiettano un’ombra sinistra sul Sistema Italia, contro la quale si è nuovamente scagliato il Presidente Sergio Mattarella. Ma oltre alla mancanza di sicurezza “fisica”, viviamo un’epoca in cui il lavoro ha perso di centralità, e anche quando non comporta rischi diretti per l’integrità e la salute, è caratterizzato da un alto tasso di “tossicità sociale”. Qui di seguito riproponiamo il saggio Work in Regress di Alberto Baldazzi e Marco Omizzolo, pubblicato nel volume Il lavoro tossico nella società attuale, edito da Il Mulino.

    WORK IN REGRESS

    di Alberto Baldazzi e Marco Omizzolo

    Lo stato dell’arte[1]

    Dai fumi e dai miasmi delle fabbriche inglesi della prima metà dell’Ottocento sembra riemergere uno spettro che torna a infestare le società occidentali, e che porta a riavvolgere il nastro di due secoli di conflitti e di conquiste che hanno condotto a una parziale umanizzazione delle dinamiche del capitalismo, incarnata dallo sviluppo dei sistemi di welfare del secondo dopoguerra, dalla sindacalizzazione delle classi operaie e dall’affermazione di diritti fondamentali e universalmente riconosciuti.

    Questo spettro si chiama sfruttamento e non alligna più solo nelle manifatture e nelle miniere, luoghi simbolo della prima e della seconda rivoluzione industriale, ma si espande in ogni settore: riconquista quello primario, avvolge il terziario, caratterizza le strutture produttive della cosiddetta Gig Economy. Le storie di vita raccolte da una sociologica in grado di tornare nei luoghi della produzione, del disagio, dell’emarginazione, e di costruire percorsi di con-ricerca e con-mobilitazione, riflettono la dimensione specifica del capitalismo contemporaneo che si nutre di vecchie e nuove forme di sfruttamento, mentre propaganda una dottrina sociale ed economica a-conflittuale, costretta nella camicia di forza del bisogno e non più alla ricerca dell’affermazione di un disegno nuovo della società.

    Così esplodono le diseguaglianze: per il nostro Paese i dati Istat più recenti indicano che circa 5 milioni e mezzo di residenti vivono sotto la soglia di povertà e altri 10 milioni si trovano in condizioni di povertà relativa. Ad ampie fasce di lavoratori è stato insegnato/imposto di lavorare per soddisfare bisogni indotti di natura consumistica funzionali all’arricchimento dei nuovi padroni che, attraverso lo sfruttamento, programmano livelli inusitati di estrazione e accumulazione.

    Siamo davanti a un aggregato economico che peraltro gode di buona stampa perché si ammanta di modernità e di futuro, grazie al supporto di tecnologie avanzatissime che conquistano trasversalmente consenso, imponendosi come un must cui sembra impossibile contrapporre un pensiero-azione libero, critico e alternativo. Un lavoratore gravemente sfruttato trascorre più tempo sui social che nella Camera del lavoro del suo paese, rincorre beni a bassissimo costo che rafforzano il sistema di sfruttamento o conquista quelli simbolici mediante gli istituti del debito; isola le relazioni sociali in favore della reperibilità continua a vantaggio del padrone di turno; è spinto a competere con il suo compagno o compagna di lavoro sino a rischiare quotidianamente la vita o la salute; è sottomesso al controllo autorizzativo del padrone e della classe professionale che lo agevola nell’esercizio di questa riorganizzata forma di potere.

    D’altro canto in una fase caratterizzata da basso sviluppo se non da stagnazione delle maggiori economie del nord del mondo – le cui società sono percorse da partiti e movimenti populisti se non di dichiarata ispirazione nazista e fascista – e dalla prorompente avanzata delle nuove potenze economiche asiatiche e dagli altri paesi dei Brics, anche in Occidente si assiste ad alti livelli di accumulazione capitalistica che non potevano manifestarsi nei decenni del welfare. Le dinamiche ridistributive e il ruolo degli stati tendevano, infatti, a comprimerli, sia pure in forme non sempre coerenti, contribuendo a un benessere sociale diffuso. Il risultato è che la critica della società dei due terzi avanzata negli anni Ottanta da Peter Glotz, non è più sufficiente per illuminare le diseguaglianze montanti e le sempre più diffuse esclusioni sociali. Agricoltura, edilizia, assistenza, cantieristica navale, riders e molte altre attività lavorative sono aree da cui non emergono esperienze rivendicative collettive, se non in forme circoscritte, sia perché gli individui sono sempre più isolati, sia perché non trovano luoghi e strutture in grado di recepirle e organizzarle.

    In Italia i segnali più evidenti delle varie forme di sfruttamento si riscontrano nelle campagne, dove anche grazie a politiche miopi o criminogene, decine di migliaia di immigrati etichettati come clandestini, ma anche lavoratori e lavoratrici stranieri con un regolare permesso di soggiorno e molti italiani e italiane, sono spesso sottoposti a sfruttamento, servitù o vero e proprio schiavismo. Lo stesso avviene in molti cantieri e in tante piccole e medie fabbriche, mentre la grande manifattura scarica la sua crisi sui livelli occupazionali. Più in generale, la svalorizzazione del lavoro che assume le forme del precariato, dei part-time forzati, delle finte partite iva, delle casse integrazioni, dei contratti nazionali fittizi, del lavoro nero e grigio, sta a indicare come e quanto a diversi livelli lo sfruttamento conquisti spazio e consenso politico.

    Gli ultimi anni, quelli della pandemia seguita dal ritorno della guerra in Europa, attestano che anche in Francia, in Germania, in Spagna e in molti altri paesi si manifestano analoghi fenomeni. Lo stesso vale per gli Usa, governata dall’asse capitalistico più avanzato a livello globale: Trump-Musk.

    Dopo una lunga fase in cui i diritti del lavoro hanno rappresentato una bandiera delle aree progressiste e conquistato spazio e riconoscimenti, negli ultimi decenni il binomio cittadinanza-lavoro ha perso di attualità. Da originari vessilli della classe operaia, sacralizzati dall’Art. 1 della nostra Carta fondamentale, ma poi raccolti da aree più vaste fino a informare e identificare l’intero corpo sociale e rendere il ceto medio l’attore principale della rappresentanza politica, il ruolo e la dignità del lavoro sono divenuti riferimenti secondari, con il risultato che proprio il ceto medio perde sicurezza, identità, spirito di partecipazione e idealità.

    In questo processo anche il capitalismo ha mutato identità. Alla proprietà dei mezzi di produzione si è aggiunta la proprietà e il controllo dei mezzi di comunicazione e delle pedagogie sociali conseguenti: è in questa area che si concentra la ristretta pattuglia dei nuovi padroni, sempre più ricchi perché collettori dei flussi della finanza internazionale, e sempre più lontani dalle classiche dinamiche della produzione e dalla conseguente responsabilità sociale. La riduzione del ruolo e del valore del lavoro umano risulta sempre più accettabile, ma la visione della jobless society, talvolta sbandierata come orizzonte liberatorio, deriva in realtà da una propaganda che punta a devitalizzare ulteriormente i diritti del lavoro insieme a quelli ambientali e democratici.

    Sarebbe illusorio ritenere che gli elementi sopra indicati siano solo il frutto di una fase di assestamento nelle dinamiche del post-capitalismo, e che quindi sia possibile ricreare nuovi accettabili equilibri, garantiti da qualche punto di aumento del Pil, come invece si afferma nelle cattedrali dell’Accademia e nei maggiori Think-Tank contemporanei. Le ricette degli economisti, sia i neoliberisti che i post-keynesiani, sono viziate da una (forse) inconsapevole adesione pregiudiziale a trend che sono strutturali e perniciosi, per interpretare i quali servirebbe invece una disincantata nuova critica dell’economia politica e della società: non basta infatti armarsi di cacciavite e di cuscinetti a sfera, che di fatto ottimizzano e rendono più fluidi i processi in atto, per aggiustarne la direzione.

    La crisi di sistema: è possibile costruire un nuovo paradigma?

    La consapevolezza delle antinomie che caratterizzano parte del pensiero economico e sociale contemporaneo è più forte in parte del mondo accademico e della ricerca che non in quello della politica o nei riflessi che della crisi si hanno nel pubblico dibattito. È sintomatico che la ribellione a quanto viene somministrato dalle accademie dell’economia si sia manifestata proprio tra gli studenti e i giovani ricercatori. Is the economic growth killing the planet? è la domanda chiaramente retorica che i giovani economisti e studenti aderenti al movimento Kick it Over, traducibile con tira un calcio, proiettarono nel gennaio del 2015 sulla facciata del Boston Sheraton che accoglieva la conferenza annuale dell’American Economic Association, contestando il mondo fantastico dell’economia neoclassica. Già nel 2010 erano stati gli studenti di economia della prestigiosa Harward a boicottare una lezione di Nicholas Gregory Mankiw, autore dei manuali più accrediti nelle università di tutto il mondo e consigliere economico del Presidente Bush dal 2003 al 2005, perché ritenuto dai più un economista fazioso. Nel 2000, prima dunque della crisi finanziaria del 2007, gli studenti parigini di Economia avevano tuonato contro la loro classe docente, accusandola di “economia autistica”.  Nel 2009 Mark Fisher, noto ricercatore e blogger britannico, aveva parlato di “realismo capitalistico” in un pamphlet di successo dal titolo Capitalist realism: is there no alternative? Più recentemente anche alcuni importanti accademici hanno espresso esplicite autocritiche relativamente alla propria funzione pedagogica, spesso risolta nella trasmissione di un pensiero economico elevato a cosa in sé.

    Dani Rodrik (economista di origine turca e influente professore a Princeton) e il premio Nobel per l’economia Douglas North hanno richiamato la necessità di una riscoperta delle istituzioni, ovvero di un sussulto della politica in grado di moderare gli stress generati dalla globalizzazione che, secondo Rodrik, potrebbe quantomeno essere gestita in modo intelligente. Per fare questo, secondo l’economista di Princeton, sarebbero necessarie alcune riforme in controtendenza rispetto alla linea politica seguita negli ultimi decenni. Rodrik parla di beni comuni globali e di riforma del regime del commercio internazionale, ammettendo esplicitamente che il pensiero economico elaborato negli anni Ottanta dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal Dipartimento del Tesoro statunitense (riassunto nel così detto Washington consensus), ha prodotto guai su cui è difficile recuperare.

    Non mancano, dunque, elementi fortemente critici anche nel mondo accademico. Ma è difficile immaginare che si realizzi una vera riforma dal suo interno, anche perché buona parte delle politiche governative si coprono dietro le tesi degli economisti e dei tecnici che popolano ministeri, enti e istituzioni. È più realistico che nuove visioni e nuovi modelli economici e sociali nascano contro l’establishment e per un percorso nuovo, socialmente e ambientalmente sostenibile, espressione di una democrazia matura e non parossisticamente concentrato solo sulla crescita economica e sull’accumulo di ricchezze.

    La visione di una sostanziale asetticità del pensiero economico in forza della quale il lavoro degli economisti acquisirebbe una sorta di extraterritorialità rispetto al contesto del pubblico dibattito e dei conflitti sociali, si scontra con la presa d’atto che nella storia dello sviluppo della scienza economica gli elementi altri, ovvero la dimensione etica e talvolta la carica ideologica, hanno rappresentato una costante. Le fondamenta dell’economia classica poggiano sulla visione morale che informa Adam Smith ne La Ricchezza delle nazioni, e vengono successivamente picconate dall’istanza di riscatto sociale che anima Marx nel Manifesto e nella Critica dell’economia politica, per essere nel Novecento fortemente riformate da Keynes nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta: tutti testi fondamentali tutt’altro che alieni da elementi ideologici e nel contempo in grado di proiettare un progetto di società umana fondato sull’inclusione, l’uguaglianza e l’accoglienza.

    Fenomenologia dello sfruttamento contemporaneo: il caso italiano

    Applicare le riflessioni sopra esposte su un territorio circoscritto, e nello specifico nel caso italiano, alienandole dal contesto globale, se per un verso comporta inevitabili limiti, per l’altro rappresenta l’occasione per cogliere la realtà dello sfruttamento mediante la raccolta e l’analisi critica di storie di vita di lavoratori e lavoratrici molto spesso immigrati e dei processi estrattivi ed emarginanti che ne rappresentano la funzione determinante. Il territorio, nell’accezione che qui si intende, è lo strumento per organizzare le relazioni tra spazio e potere utile per indagare il nesso tra capitalismo contemporaneo e realtà fattuali nella loro dimensione vitale (esistenziale e lavorativa), nella consapevolezza che il capitale, come affermava Marx, non è “una cosa”, ma un rapporto sociale tra persone mediato da cose. Il territorio diventa, dunque, una tecnologia essenziale nell’esame che si propone, che tiene insieme tecniche e politiche di controllo, produzione e misurazione sociale, fino a diventare, con la crisi dello Stato e grazie al ruolo rinnovato del capitalismo, esso stesso prodotto autonomo di quest’ultimo (Mezzadra e Neilson, 2022). È infatti nel territorio che emergono le soggettività migranti che la classe dirigente al potere vuole tradurre in cose, clandestini, reietti, illegali, criminali, oggetti, carico residuale, invasori o schiavi a cui far scontare la colpa e la pena di essere nati altrove, poveri, donne, omosessuali o trans, sotto le bombe o in una dittatura. Utili invasori, come li definisce Ambrosini (2000), da mantenere invisibili tranne quando servono alla produzione.

    Soggetti da desoggettivizzare, alienabili mediante l’economia estrattiva e il diritto penale al fine di sfruttarli fino al loro ritorno in patria, carcerazione, decesso o nuova migrazione. Una realtà imposta ai lavoratori migranti segregati nei ghetti e sfruttati come unico ordine possibile del loro status sociale. Essi diventano il territorio politico e fattuale della costruzione del consenso sociale e nel contempo della sperimentazione e applicazione di nuove politiche del lavoro repressive, segreganti, che operano in favore di un ordine utile a pochi, ristrutturanti la società secondo un modello non democratico perché mai collettivamente pianificato.

    Secondo Luciano Gallino questa specifica modalità è frutto di un attacco diretto, pianificato e organizzato, delle classi abbienti a quella lavoratrice attraverso lo Stato, protagonista nella generazione/degenerazione, riproduzione e accumulazione di disuguaglianze e di sistemi di emarginazione. Un attacco che in Italia è andato perfettamente a segno. Ferruccio Pastore in Migramorfosi (2023), riprendendo i dati Ocse, segnala che nel 2021 il salario lordo annuale degli italiani, a parità di potere di acquisto, era di 29.694 euro, contro i 29.341 del 1990. Un aumento di appena 300 euro in trent’anni. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 a 27.000 euro, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. A questi numeri vanno affiancati quelli sugli infortuni e decessi sul lavoro pubblicati dall’Inail: da gennaio a luglio 2023 sono morte 559 persone, di cui 430 in occasione di prestazioni lavorative e 129 in itinere, con una media di 80 decessi al mese: una vittima ogni 8 ore circa. Per i lavoratori stranieri i dati sono ancora più drammatici: 79 gli infortuni mortali durante le prestazioni lavorative, 24 quelli in itinere. Il rischio di infortunio mortale per loro è, in proporzione, quasi doppio rispetto a quello degli italiani, con un’incidenza di mortalità di 33,3 contro il 16,9.

    Sono dati che riflettono un mercato del lavoro organizzato secondo logiche di segregazione occupazionale per genere, classe e nazionalità che ordina l’impiego di lavoratori e lavoratrici immigrati nei cosiddetti lavori delle 5-P, ovvero in occupazioni pericolose, poco pagate, precarie, pesanti e socialmente penalizzanti. Nel 2021, ad esempio, più di 6 lavoratori immigrati su 10 erano impiegati in professioni non qualificate o operaie (63,8%, il doppio rispetto al 31,7% degli italiani) e solo 1 ogni 13 aveva un lavoro qualificato (7,8 % contro il 37,5 degli italiani).

    In piena pandemia da Covid-19, a Latina sono stati arrestati 2 imprenditori agricoli, notificato il divieto di dimora a 3 persone e sequestrate 2 aziende ortofrutticole e florovivaistiche accusate di aver sfruttato lavoratori italiani e immigrati impiegati in ambienti invasi da umidità, fango e senza alcuna protezione. Secondo la Procura, pur di lavorare erano tutti obbligati ad accettare condizioni degradanti. La giornata di lavoro era di oltre 10 ore consecutive, per 26 giorni al mese, senza il riconoscimento degli straordinari per le ulteriori ore prestate, copertura sanitaria, retribuzione aggiuntiva in caso di festività e riposo settimanale. La paga giornaliera era di 30-32 euro, per uno stipendio mensile che oscillava tra i 500 e gli 800 euro, corrispondenti a meno di 4 euro all’ora. Nelle aziende in questione venivano impiegati oltre 100 braccianti, in gran parte indiani, di vari paesi dell’Est e alcune donne italiane.

    Come denunciato da “In Migrazione” con il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi” (2014), in provincia di Latina i braccianti indiani sono indotti ad assumere sostanze dopanti come metanfetamine, oppio e antispastici allo scopo di reggere i ritmi, i turni e le fatiche psico-fisiche legate allo sfruttamento. A tale riguardo un bracciante indiano dell’Agro Pontino dichiara: “il padrone italiano ci sfrutta e noi braccianti indiani siamo obbligati a lavorare 14 ore al giorno piegati o inginocchiati a raccogliere ravanelli o pomodori tutti i giorni del mese per pochi euro. Il padrone ci ordina di lavorare sempre, anche la domenica per mezza giornata e il caporale indiano ci chiama via sms e ci dice che se vogliamo continuare a lavorare dobbiamo obbedire. Così, a causa dello sfruttamento, alcuni di noi assumono sostanze dopanti per sopportare la fatica imposta. È una piccola sostanza che serve per non sentire dolore, tipo oppio, o meglio semi di bulbi di papavero essiccati che prendiamo prima di andare a lavorare o la sera per addormentarsi per non sentire i dolori muscolari e riuscire a riposare. A volte la assumiamo durante le pause di lavoro con il chai, la nostra bevanda tipica. Il padrone sa tutto e gli sta bene, così i lavoratori sentono meno fatica e lavorano di più. Inoltre siamo anche ricattabili perché se diciamo che vogliano andare via o lavorare meno, ci può ricattare dicendo che ci denuncia ai Carabinieri.”

    Il 10 giugno 2020 le Fiamme Gialle di Cosenza, dopo oltre 3 anni di indagini, eseguono oltre 50 misure cautelari, sequestrando alcune aziende agricole che agivano tra la Calabria e la Basilicata impiegando più di 200 lavoratori. Le modalità di reclutamento e impiego erano degradanti e razziste. Le intercettazioni non lasciano dubbi: “Dove sono le scimmie?” chiede un imprenditore a un suo collega. “Facciamo venire le scimmie e domani cerchiamo di finire”. In un altro stralcio, padrone italiano e caporale trovano una pratica soluzione per dissetare i lavoratori immigrati: “siccome ai neri mancano un paio di bottiglie di acqua, gliele riempiamo nel canale. Se ci sono un paio di bottiglie vuote. Quelle che trovi quando togli i cespugli.” La retribuzione era di 10 euro al giorno di lavoro e quest’ultimo lungo quasi il doppio della durata prevista dal contratto. Si tratta di circa 1 euro di retribuzione all’ora, con l’aggiunta dell’acqua ad alta carica batterica raccolta in un canale. È la più evidente linea del colore (Du Bois) elevata a tratto distintivo di un capitalismo predatorio, fondato sull’esistenza di una parte crescente dell’umanità socialmente e giuridicamente subordinata quale fattore centrale della produzione per aziende che fatturano milioni di euro ogni anno, comportando, come sosteneva già 80 anni fa Karl Polanyi (La Grande Trasformazione, 1944), “una grave forma di disorganizzazione sociale”.

    A Cassina de’ Pecchi, a soli quindici chilometri dal Duomo di Milano, una giovane start up aziendale che faceva del Km Zero e della sostenibilità ambientale la sua carta vincente, secondo la Procura nascondeva forme organizzate di grave sfruttamento. A insospettire la Guardia di Finanza le continue assunzioni di lavoratori migranti, puntualmente scaricati dopo soli due giorni di lavoro senza essere pagati. I lavoratori “regolari” erano invece impiegati circa 11 ore al giorno per paghe da fame mentre il padrone si vantava del clima di terrore che aveva imposto in azienda: “Con loro devi lavorare in maniera tribale […], devi fare il maschio dominante.”

    A Vittoria, in Sicilia – denunciano Monica Massari e Federica Cabras – esiste uno sfruttamento delle lavoratrici straniere che si esprime attraverso la razzializzazione e la violenza sessuale, come racconta una bracciante nigeriana: “Ci sono molte forme di razzismo al lavoro…persone che fanno stesso lavoro e una che guadagna di più…i nigeriani prendono molto meno rispetto quelli che vengono da Romania e quelli della Romania prendono molto meno rispetto agli italiani…fai che ci sono i rumeni al secondo posto e in fondo ci sono gli africani, i nigeriani. Ci sono forme di razzismo…a noi ci mettono pressione…non vogliono che si lamentano, agli altri li lasciano lavorare con tranquillità e invece a noi nigeriani (…) ci gridano, non ci lasciano tranquilli […] Poi non ti lasciano stare, che è successo anche a me, mi hanno chiesto di fare sesso, e ho detto di no e il proprietario di lavoro si incazza, si arrabbia, cambia faccia, cambia tutto, diventato più cattivo con me perché dico no, però a me non mi interessa, l’importante è che io lavoro e lui mi paga i miei soldi…ed è un italiano”.

    Questi esempi non sono eccezioni, ma rimandano a un’ordinaria e programmata condizione che pratica segmentazioni mediante le quali riorganizza il mercato del lavoro e le gerarchie sociali.

    Sono circa 10mila, infine, le persone senza cittadinanza che in Italia popolano quelli che Wacquant già nel 1993 definiva iper-ghetti, cioè aree in cui povertà, emarginazione, sfruttamento e condizioni igienico-sanitarie precarie costituiscono condizione ordinaria. Il numero complessivo di ghetti in Italia è stimato in circa 150, diffusi in 38 comuni e in undici regioni. Sono un esercito di schiavi e schiave ricattati anche dallo Stato per via del vigente (e mai adeguatamente messo in discussione) complesso di norme e procedure a questo scopo approvate, come la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189), responsabile del più efficiente sistema di produzione della marginalità e dello sfruttamento mai concepito: la clandestinizzazione[2].

    Non solo produzione agricola: anche trasformazione, trasporto, consegna e servizi sono organizzati sullo sfruttamento, come dimostra il caso di una delle aziende della grande distribuzione più importanti: Esselunga. La procura di Milano nel 2023 ha sequestrato quasi 48 milioni di euro al colosso dei supermercati per presunta somministrazione illecita di manodoperaefrode fiscale. L’accusa è di aver sfruttato per anni molti lavoratori, facendoli lavorare attraverso cooperative che offrivano manodopera al ribasso grazie a una serie di illeciti e ad un compenso orario di 5,3 euro. Tutto ciò utilizzando una catena di appalti e subappalti, cooperative più o meno fittizie, come era già emerso per le società della logistica Brt, Geodis eDhl[3].

    Quelli citati non sono esempi di un capitalismo primitivo, arretrato, disorganizzato: si tratta di aziende amministrate da team manager di profilo internazionale, plurilaureati, interpreti del sistema-mondo attuale che spesso spiegano nelle grandi assise internazionali e nelle migliori università occidentali quale è l’ordine mondiale in via di progressiva edificazione, e come deve essere organizzato il futuro.

    Analogo discorso vale per i ciclofattorini o ryder, vincolati alle piattaforme del food delivery che consentono ai loro top manager di utilizzare false cooperative per frodare il fisco e risparmiare sui costi di gestione, facendo peraltro nascere e morire cooperative nel corso di pochi anni per eludere i controlli, sfruttare i lavoratori e nascondere gli infortuni, anche gravi, sul lavoro.

    Le attività di cura non sono esenti dal fenomeno. A Bologna, ad esempio, molte donne immigrate impiegate nell’assistenza domiciliare, secondo la Procura, venivano costrette sotto minaccia di licenziamento a lavorare senza riposi, spesso h24 e 7 giorni su 7, con regole e retribuzione completamente difformi dai contratti collettivi nazionali previsti per la categoria. Sono emersi molteplici casi nelle province di Bologna, Ferrara, Modena, Reggio Emilia, Parma e Firenze.

    In edilizia, secondo l’Istat (2021), si registra un tasso di irregolarità delle unità di lavoro a tempo pieno (ULA) del 16,3%, con il sommerso che nelle costruzioni ha un peso pari al 20,6% sul totale del valore aggiunto del settore. Come ricorda la Fillea Cgil, in circa 250mila ogni giorno lavorano nei cantieri senza un regolare contratto, con gravosi orari di lavoro e condizioni di salute e sicurezza precarie, sottoposti all’impellente esigenza di lavorare per soddisfare solo bisogni primari o per rinnovare il permesso di soggiorno. La testimonianza di Hamid è eloquente: “Quando abbiamo lavorato alla costruzione delle abitazioni per i terremotati del Centro Italia siamo stati portati al lavoro da un nostro caposquadra connazionale che rispondeva a un capo italiano. Alloggiavano in container con panini a pranzo e a cena. Si lavorava dalle sette di mattina alle sette di sera d’estate, e fino alle cinque d’inverno. Sette giorni alla settimana tranne una o due domeniche al mese. Siamo andati avanti così per oltre un anno. Quando si va in giro per l’Italia a lavorare, ti dicono: ‘Vieni a lavorare per 40 o 50 euro’ e tu devi scegliere, se vuoi avere da vivere devi accettare e vai. Adesso a Milano viviamo in otto in un appartamento, paghiamo 180 euro a testa per un alloggio con un solo bagno, ma quando hai una proposta di lavoro la prendi. Ogni volta abbiamo difficoltà a essere pagati e alcuni di noi devono restituire parte della propria paga al caposquadra che la preleva direttamente con il bancomat intestato agli stessi lavoratori. Lavoro così da 15 anni. Arrivi a lavorare nel cantiere perché ti ci porta qualcuno che conosci: lui ci guadagna, ci guadagna chi è sopra di lui e così chi è ancora più sopra”. Come non ricordare, tra i tanti, il crollo del cantiere Esselunga a Firenze a febbraio del 2024 e la morte di 5 operai per il cedimento di una trave[4]. Anche in questo caso il sistema dei subappalti, pienamente normato, e quello della precarietà e dell’insicurezza hanno ucciso lavoratori, generato scandalo ma non prodotto il cambiamento di rotta necessario.

    Situazione analoga ha riguardato la cantieristica navale della Fincantieri. Quasi duemila lavoratori sfruttati e sottopagati, originari soprattutto del Bangladesh e dell’Europa dell’Est, erano impiegati nei cantieri di Porto Marghera. I lavoratori venivano retribuiti con paghe irregolari e privati dei più elementari diritti sanciti dai contratti collettivi, mediante il ricorso sistematico da parte delle imprese appaltatrici al meccanismo della cosiddetta paga globale: una retribuzione oraria forfettaria che non teneva conto delle previsioni del contratto di settore, ma parametrata solo alle ore lavorate.

    Questi casi manifestano il cambiamento della struttura sociale e, nel contempo, la ridefinizione in forma gerarchica dei rapporti di produzione e riproduzione del capitalismo contemporaneo, accrescendo esponenzialmente i profitti, anche illeciti, e compromettendo la salute, la vita e la socialità dei lavoratori e delle lavoratrici. Costoro sono non più “i nati schiavi” ma “i resi schiavi”, ossia braccia, corpi usa e getta, lavoratori e lavoratrici kleenex inseri­bili nella geografia dello sfruttamento, costantemente sul confine tra il sopravvivere e il morire. Come è accaduto a Jerry Masslo, Paola Clemente, Luana D’Orazio, Satnam Singh, Joban Singh e a Douda Diane.

    È un processo che produce il reietto contemporaneo, l’emarginato, il danna­to della terra, l’uomo e la donna sempre periferici e vulnerabili quali soggetti prediletti da reclutare e sfruttare a tempo indeterminato. Ma i casi riportati rappresentano solo la punta di un iceberg che cela un corpo a-socializzato in via di progressivo ispessimento che ingloba anche giovani italiani e italiane, donne e soggetti fragili.

    La società incivilee irretita

    I processi in cui la svalorizzazione e lo sfruttamento del lavoro rappresentano un epifenomeno vincolante, non solo evidenziano una rilevante modifica del modo di produzione, ma impattano sulle dinamiche sovrastrutturali. Al superamento del capitalismo del secondo dopoguerra, si affianca anche la riorganizzazione della rappresentanza politica dell’era del welfare: i corpi intermedi che l’hanno forgiata (partiti, sindacati, associazioni, circoli culturali) patiscono essi stessi una crisi di identità. È difficile oggi definire “chi rappresenta chi”, probabilmente anche a causa di nuove forme di governance post-democratiche sulle quali la sociologia e la politologia dovranno sempre più impegnarsi (Crounch, 2004).

    Questi segnali investono tutti i maggiori paesi occidentali. In Italia i conflitti e le composizioni tra conservatori e progressisti che nel secondo dopoguerra hanno prodotto l’avanzamento dei diritti collettivi e individuali, sono uno sbiadito ricordo. La formattazione contemporanea del conflitto politico è infatti quella tra politica e antipolitica, populismi e presunto establishment. La perdita di ruolo e di funzione dei partiti storici e di massa, la riduzione di quello di sindacati orfani della spinta di una classe operaia ridotta nei numeri e sbiadita nella percezione di se stessa, hanno tolto incisività alle aree progressiste. Le nuove destre sono entrate in gioco in parte perché in politica, come in fisica, il vuoto non esiste, ma soprattutto perché nell’era del web e dei social la scorciatoia che annulla l’intermediazione e conferisce l’illusione di contare oltre le complesse liturgie della democrazia partecipativa e rappresentativa, è una strada sempre più trafficata, mentre quelle che conducono ai seggi elettorali sono dissertate da almeno il 50% dei potenziali elettori.

    Riconoscimento del ruolo essenziale dell’equilibrio tra poteri, rispetto per le posizioni divergenti, valorizzazione del confronto, utilizzo di toni non obbligatoriamente aggressivi, salvaguardia del ruolo delle istituzioni anche oltre le legittime polemiche e contrapposizioni: senza cadere nella retorica, è legittimo affermare che fino a 30 anni fa le posture sopra elencate costituivano quel politically corretct che, anche quando non rispettato pienamente, rimaneva un riferimento. Oggi il politically correct viene spesso interpretato come pura ipocrisia, e il livello di civiltà politica sta drammaticamente virando verso un autoritarismo che riduce i processi democratici e legittima socialmente e politicamente le varie forme di sfruttamento mediante l’esaltazione dell’imprenditore quale soggetto socialmente ed economicamente sempre vincente. L’attacco agli equilibri democratici viene avanzato da più parti, e i protagonisti massimi sono alcuni leader politici che si collocano esplicitamente all’opposizione dei processi storici che hanno edificato la società civile nella quale il binomio cittadinanza-lavoro rappresenta un elemento essenziale.

    La svalorizzazione e lo sfruttamento del lavoro contribuiscono quindi a rendere le nostre società incivili e irretite, come afferma Ferrarotti (2020). Si tratta di società dominate da una élite politicamente e moralmente irresponsabile, nelle quali i singoli risultano atomizzati, autoreferenziali e in balia di un’accentuata emotività, oltre che sfruttati. Condizioni che però non valgono per l’elite che sa governare politicamente la tecnica – continua Ferrarotti – e stabilisce forme di dominio e di profitto potenzialmente illimitate. Tutti si sentono liberi, ma confondono la datità con il valore e la funzione con la funzionalità. In questa condizione il conflitto, la rappresentanza, la visionarietà delle utopie e delle relative pratiche sociali, che significano co-costruzione di un progetto comune che poggia su esperienze collettive, sono prive di contesto e di cittadinanza, restando su un piano drammaticamente invertebrato.

    Il duo Trump/Musk esprime esattamente questa contemporanea dualità in cui il capitalismo, dopo aver contribuito ad annichilire la politica, diventa esso stesso “politica” e opera in logica di segmentazione della società e di subordinazione delle classi lavoratrici con modalità diverse nei diversi contesti areali, ma univoca a livello globale. È un capitalismo, dunque, divenuto macchina assiomatica in crisi permanente e ri-adattamento continuo dei suoi apparati di estrazione del valore (Chicci, Leonardi, Lucarelli, 2016) che può e vuole fare a meno della democrazia (Slobodian, 2023).

    E domani?

    Sarebbe indispensabile che chi è allarmato dai fenomeni di sfruttamento sopra analizzati proponesse un nuovo paradigma interpretativo/operativo e una nuova visione avanzata della società, tenendo conto delle peculiarità della fase che stiamo attraversando. Non basta, infatti, contrapporre alla società incivile e irretita i valori emancipatori che hanno contraddistinto nei paesi occidentali i decenni del welfare e dei sistemi democratici avanzati. Di fronte a un modo di produzione che si impone globalmente, le pregresse architetture democratiche e le dinamiche conflittuali che hanno prodotto futuro e dato corpo alla stessa democrazia risultano cornici inefficaci che non producono idealità partecipate. Inoltre, se fino a un decennio fa la contrapposizione tra progresso e neo-conservatorismo vedeva quest’ultimo issare solo vessilli sdruciti quali Dio, Patria e Famiglia, conditi da individualismo e posticcio sovranismo, oggi le destre al governo si dotano di potenti armi ideologiche e simboliche con l’obiettivo di dare potere alla tecnologia e all’intelligenza artificiale e di procedere verso la transumanizzazione per il definitivo superamento della politica, il cui portato residuale si risolve nell’impegno ufficialmente dichiarato dalla presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, a non disturbare chi produce. Elon Mask è il simbolo e l’artefice massimo di questa nuova organizzazione economica, che propone, non a caso, all’umanità ricca la colonizzazione di Marte, e a quella povera il lavoro senza sosta in fabbriche, uffici, case, cantieri e laboratori tecnologici e industriali per lo sviluppo di un generico progresso mondiale.

    Di fronte a tutto ciò l’egemonia culturale dei progressisti arranca. Ricostruirla è un percorso difficile, ma essenziale per difendere l’essenza stessa della democrazia. È dunque necessario sviluppare un impegno, anche conflittuale, profondamente rinnovato, in grado di costruire nuove assemblee partecipative, investendo su spazi transterritoriali, la costruzione e l’affermazione di nuovi linguaggi capaci di rappresentare nuovi fenomeni, identità e diritti.

     Servono accademie diffuse capaci di produrre analisi critiche verso il dominio del tecno-capitalismo, di sostenere la riabilitazione e l’esercizio del conflitto democratico quale espressione di una rinnovata azione politica, insieme a forme radicalmente rinnovate di rappresentanza del lavoro.

    Ci si deve avvalere di nuove piattaforme digitali libere dalla direttività dell’algoritmo e della sua architettura politica, dalle quali rilanciare i diritti fondamentali (lavoro, salute, cittadinanza, identità polimorfe, abitazione) per tutti e tutte, nessuno escluso.

    Va ricollocato il diritto penale nel suo ambito corretto, depurandolo dalla funzione di repressione del dissenso e dell’alterità.

    Anche solo impostare questi obiettivi è arduo; raggiungerli equivale a scalare una montagna a mani nude. È bene, dunque, impegnarsi e, al contempo, non nutrire facili illusioni, perché nella Tempesta in cui siamo sballottati sarebbe controproducente fraintendere come reale “la sostanza di cui sono fatti i sogni”.

    Bibliografia

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    M. Ambrosini, Utili invasori, Gorgonzola (Mi), Franco Angeli, 2000

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    A. Baldazzi, Per una nuova critica dell’economa politica?, in Mercatorum-Eurispes, Povertà, diseguaglianze e fragilità in Italia, Bologna, Minerva, 2018

    F. Chicci, E. Leonardi, S. Lucarelli, Logiche dello sfruttamento, Verona, OmbreCorte, 2016.

    C. Crounch, Post-Democracy, Cambridge, Polity, 2004

    F. Ferrarotti, Dalla società irretita al nuovo umanesimo, Roma, Armando, 2020

    P. Glotz, Il moderno principe nella società dei due terzi, «Il Contemporaneo», 1987

    K. Marx, Il Capitale, I, cap. XXXV, Roma, Rinascita, 1952.

    M. Massari e F. Cabras, Sfruttamento e vulnerabilità delle donne migranti nelle campagne siciliane: il caso di Vittoria, in «Sfruttamento e caporalato in Italia», 2023

    S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale, Castel S. Pietro (Rm), ManifestoLibri, 2022

    M. Omizzolo, Il mio nome è Balbir, Busto Arstizio (Va), People, 2024

    M. Omizzolo, Per motivi di giustizia, Busto Arstizio (Va), People, 2022

    M. Omizzolo, Sotto padrone, Milano, Feltrinelli, 2019

    F. Pastore, Migramorfosi, Torino, Einaudi, 2023

    F. Pintaldi, M. E. Pontecorvo e M. Tibaldi, Occupati e disoccupati stranieri in Europa e in Italia, IDOS, 2022

    K. Polanyi, La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 2010

    Q. Slobodian, Il capitalismo della frammentazione, Torino, Einaudi, 2023

    R. Staglianò, Hanno vinto i ricchi, Torino, Einaudi, 2024

    L. Wacquant, I reietti della città, Pisa, Ets, 2016


    [1] Gli autori hanno progettato l’intero impianto del lavoro. Per la stesura finale il primo e il secondo paragrafo sono stati scritti da Alberto Baldazzi, il terzo, il quarto e il quinto da Marco Omizzolo.

    [2] Migliaia di immigrati giungono in Italia con un regolare permesso di soggiorno ma precipitano nella clandestinità per via di questa norma capestro.

    [3] La società Brt, originariamente Bartolini poi parte del gruppo internazionale GeoPost controllato da La Poste francesi, è stata messa a marzo 2023 in amministrazione giudiziaria per un anno dalla Procura di Milano per alcuni reati fiscali e lo sfruttamento dei lavoratori. Stessa sorte per Geodis, controllata da società francesi a partecipazione pubblica.

    [4] In edilizia gli operai in subappalto sono il 70% del totale dei morti, un dato che sfugge alle statistiche dell’Inail.

    ARTICOLO 32, agenzia di stampa iscritta in data 5 novembre 2025 al n. 116/2025 del Registro Stampa del Tribunale di Roma

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