Di redazione
Da una nota congiunta della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia), dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, dell’Istituto Gaslini di Genova e dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, pubblicata in occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio che si è svolta lo scorso 10 settembre, emerge un quadro assai preoccupante relativamente allo stato della salute mentale dei bambini e degli adolescenti; un quadro che si conferma anche anche per i più grandi. Si pensi che nel nostro Paese tra i giovani tra i 15 e i 29 anni il suicidio è la terza causa di morte dopo gli incidenti stradali e i tumori e, per i maschi, la seconda.
il Bambino Gesù di Roma fa sapere che nel proprio pronto soccorso le consulenze neuropsichiatriche in 15 anni sono più che decuplicate: dalle 155 del 2011 alle 1.675 del 2025. Negli stessi anni sono cresciuti da 12 a 445 gli accessi per autolesionismo, ideazione suicidaria e tentato suicidio
Per Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, “Non dobbiamo alimentare allarmismi, ma nemmeno minimizzare i segnali di disagio: l’autolesionismo, il ritiro, la disperazione o le frasi sul non voler più esserci vanno presi sul serio…Chiedere a un ragazzo se pensa alla morte non gli mette in testa l’idea del suicidio, ma può offrirgli l’occasione di raccontare la propria sofferenza”. In questo quadro L’Ospedale Pediatrico romano ha attivato la linea telefonica “Lucy” (066859.2265) per le consulenze psicologiche urgenti, attiva tutti i giorni 24 ore su 24.
Lo slogan con cui si è è aperta la giornata è “Cambiare la narrazione del suicidio”, e con esso si sottolinea, come ha dichiarato la presidente Sinpia Elisa Fazzi, che “…parlare di benessere neuropsichiatrico e chiedere aiuto devono diventare comportamenti normali, non qualcosa di cui vergognarsi”.
Lino Nobili, direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Istituto Pediatrico Gaslini di Genova, ha ribadito che “…famiglia, scuola, sanità e comunità hanno una responsabilità comune: fare in modo che nessun ragazzo debba affrontare da solo una sofferenza che può essere riconosciuta e curata”.

