di Alberto Baldazzi
Quanti italiani, quanti europei “fumano”? La domanda, apparentemente semplice, riceve invece una risposta che confonde, se si guardano i dati forniti da Eurostat. La motivazione è che l’Ufficio Statistico dell’Unione europea compila le sue rilevazioni partendo, però, da parametri intrinsecamente sbagliati, ovvero dall’equiparazione di ogni tipologia di consumo: sigaretta tradizionale, sigari e pipa, sigaretta elettronica (vaping), tabacco riscaldato, snus, sacchetti di nicotina.
Così, la classifica dei “consumatori” per il 2025 colloca sul podio la Bulgaria con 26,3% di “fumatori” tra gli over sedicenni; seguono la Svezia, con il 23,9% e la Croazia, con 23,6%. La media europea è del 16,5% e l’Italia sarebbe poco più in basso, con il 15,8%.
Ma questi numeri sono reali, fotografano veramente i cittadini europei che continuano a rovinarsi i polmoni e l’apparato cardio-circolatorio con il fumo? La piaga del tabagismo si specchia fedelmente in queste classifiche? La risposta è no, e vediamo perché.
Riguardo alle nuove modalità di consumo che per Eurostat sarebbero accomunabili al consumo di tabacco, in primo luogo va segnalato che il processo di assunzione non contempla un accendino o un fiammifero che innesca la combustione del tabacco; anzi, addirittura nel vaping il tabacco proprio non c’è, e lo stesso vale per lo snus e le bustine di nicotina. Nei riscaldatori il tabacco c’è ma, appunto, non viene bruciato.
Da decenni la scienza e la ricerca clinica hanno appurato che è proprio nella combustione che si liberano centinaia di sostanze tossiche che assalgono in primo luogo l’apparato respiratorio, per poi manifestare i loro effetti distruttivi su tutto l’organismo. L’impatto dei nuovi strumenti non è certamente privo di rischi, ma ad oggi non è possibile censire ricerche e analisi serie che attestino specifici, evidenti danni. Eppure in Italia, ad esempio, la sigaretta elettronica è diffusa da 20 anni, ed il tabacco riscaldato da circa 10.
Tornando alla classifica Eurostat, il paradosso è che i cittadini svedesi fumerebbero“come turchi” – secondo il vecchio adagio – mentre è risaputo che il tasso reale di consumatori di tabacco è negli ultimi anni sceso drasticamente al 5%: e questo è un vero record da apprezzare. Ma ad Eurostat ciò non interessa, e così viene arruolato tra i“fumatori”circa un 18% di cittadini over sedicenni che non accendono mai una sigaretta, ma consumano bustine di nicotina sub-linguali, per un processo che ha già evidenziato importanti riscontri positivi sulla sanità svedese. La Gran Bretagna – oramai fuori dalla Ue – ha dimezzato il consumo di tabacco perché masse di consumatori sono passati alla sigaretta elettronica. In Giappone analogo trend si registra per la forte diffusione del tabacco riscaldato, che progressivamente ha portato moltissimi cittadini ad abbandonare la“bionda.” Ma tutto questo ad Eurostat, così come ad una parte dei vertici della Commissione europea, sembra non interessare.
Al contrario, le strutture di vertice della Ue non prendono atto di queste realtà, e non apprezzano l’impatto sulla salute pubblica della diffusione dei nuovi strumenti che superano la combustione. Non ci sentiamo infatti di addossare responsabilità ai tecnici e agli statistici che compilano queste classifiche, perché questi ricevono “ordini” e indicazioni dalla politica di Bruxelles, concentrata più che sulla salute dei cittadini europei, sulla complessa composizione delle politiche fiscali dei vari stati. Se si fuma di meno, infatti, gli stati “incassano” meno accise, e per compensare devono tassare tutto ciò che contribuisce a contenere il consumo tradizionale. Ma per giustificare un aumento di tassazione di consumi che non hanno un evidente impatto negativo sulla salute dei cittadini adulti (fermo restando che bisogna impegnarsi per impedire l’uso anche dei nuovi strumenti ai minori – , la strada più breve è quelle di “omologare” tutti i tipi di consumo. Il cittadino europeo, abituato da sempre ad essere “tassato” per il consumo di sigarette, dovrebbe accettare analoghi livelli di tassazione anche per prodotti che con il fumo hanno poco o punto a che fare.
E qui veniamo al titolo del nostro articolo. La “confusione” appare a molti un buon viatico per condurre il processo di revisione della direttiva europea sulla tassazione dei prodotti del tabacco all’obiettivo di un forte aumento di accise per i nuovi prodotti, che attualmente godono di una fiscalità di favore proprio in virtù della loro minore pericolosità. La posizione dei diversi stati è assai variegata. Certo, la Svezia tenterà di difendere il grande successo ottenuto con lo shift tra “bionda” e snus. Il Governo italiano sembra consapevole dell’esigenza di non penalizzare i nuovi prodotti, per altro già gravati di accise in programmatica crescita.
La partita è, dunque, tutta politica, e il destino della tassazione dei nuovi prodotti è legato agli sviluppi del processo che tra breve, entro ottobre, dovrebbe portare all’emanazione della nuova Ted (Direttiva sulle accise de tabacco).
Si tratta di un passaggio assai rilevante, e Articolo32 intende seguirlo passo passo, fin dalle prossime settimane.

