di Alberto Baldazzi
Quella che una volta era la sanità pubblica, universalistica e gratuita – “ di cui” all’Articolo 32 della nostra Costituzione – , continua ad essere erosa sempre più profondamente dal combinato-disposto del definanziamento e dell’aumento della spesa sostenuta direttamente dai cittadini.
Dal 21 settembre sono entrate in vigore le nuove tariffe per visite ed esami, sia per quello che viene riconosciuto e rimborsato dal pubblico alle strutture per l’erogazione di tali prestazioni, sia per i ticket pagati dai cittadini come compartecipazione alla spesa. L’aumento dei ticket non impatta sui cittadini esenti per reddito o per particolari condizioni patologiche. E, certamente, di per sé non farebbe gridare allo scandalo, vista la sua relativa esiguità: si calcola che i pazienti “contribuiranno” annualmente con circa 27 milioni di euro, con un impatto pro-capite medio di pochi euro. Quello che preoccupa è però il trend: il cittadino-paziente è sempre più chiamato “a pagare” per la propria salute, in quanto lo Stato sembra avere altre priorità. Il risultato è che 6 milioni di italiani non riescono più a curarsi.
La revisione interessa 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale e 222 codici dell’assistenza protesica, che comprendono visite mediche, esami diagnostici, procedure ambulatoriali e dispositivi destinati alle persone con disabilità. L’aumento medio delle tariffe interessate dalla revisione è stimato intorno al 5,8%, ma le variazioni sono diverse a seconda della prestazione. Per gli esami del sangue non vi sono aumenti, ma solo il ritocco del prelievo venoso, che aumenta di 50 centesimi.
Questo, ulteriore, piccolo picconamento della sanità pubblica, non “cade dal cielo”, ma si inserisce organicamente in una visione politica miope e autolesionista che colloca gli investimenti pubblici in sanità a livello percentuale più basso tra i paesi avanzati, cui corrispondono politiche fiscali tendenzialmente regressive (più tasse sul lavoro e meno sulla rendita), una consimile sottovalutazione dell’area istruzione (circa il 4% in rapporto al Pil), e una paradossale crescita tendenziale dei costi della difesa, fino al 5%.
Di chi è la responsabilità, o sarebbe meglio dire, “la colpa” di queste politiche? Siamo (ancora) in democrazia, e quindi siamo noi i responsabili di ciò che la classe politica produce e induce. Non possiamo prendercela con nessun altro.

